IL TEATRO AMATORIALE INVADE LA CITTA’ DI VERONA. NON SI SPARA SULLA CROCE ROSSA.

Non vorremmo parlare di teatro amatoriale, né tantomeno recensirlo. Trattandosi di teatro “amatoriale”, cioè senza pretese artistiche nè ambizioni, in cui ciascuno può esibirsi per puro divertimento, non avrebbe senso esprimere giudizi artistici dato che l’obiettivo è il divertimento.

Ma se il teatro amatoriale invade una città, così come succede in estate, ma non solo, a Verona, ne occupa i punti più strategici, diventa un appuntamento costante ed ineludibile e soprattutto richiama un foltissimo pubblico, peraltro prettamente locale, quando addirittura non viene introdotto dagli assessori comunali, spesso assenti in manifestazioni di ben maggiore spessore culturale, diventa un “fenomeno” che pone seri quesiti, perchè una presenza così capillare ed invasiva finisce per determinare la cultura di una città.

Il primo quesito è: ma tutto questo pubblico veronese che guarda le rappresentazioni amatoriali estate dopo estate, giorno dopo giorno, non è che finisce per credere che sia questo il teatro? Un teatro senza parametri minimi di controllo, senza una direzione artistica qualificata, un teatro” amatoriale” il cui unico criterio sufficiente di esistenza è: un microfono, un palcoscenico e un pubblico.

Il secondo interrogativo che salta agli occhi è: ma dov’è finito l’”altro teatro”, quello sapiente, quello presente nei festival di qualità, di strada, di piazza o di palcoscenico, quello “selezionato” da direttori artistici, che pur nei diversi filoni ( comico, acrobatico, performativo, di figura, di sperimentazione, multimediale…) invade le altre città italiane e non? E non ci riferiamo certo ai cartelloni del Teatro Nuovo o del Teatro Romano di Verona, cioè a quella ristretta cerchia di Compagnie di giro che bene o male riempiono i teatri “importanti”, quelle che spesso ripropongono i classici puntando più sui “nomi” che sui contenuti.

Verrebbe da pensare che un tale massiccio spiegamento di forze, in termini di concessione di spazi, alcuni in modo esclusivo ad un’unica compagnia, come Corte Molon della Nuova Compagnia Teatrale, e poi in termini di pubblico, sia giustificato dalla straordinaria qualità artistica delle proposte, ma purtroppo non è così, anche se non si può negare che, dopo trent’anni di possibilità di prova, garantita da evidenti sostegni economici e strutturali, gli attori diventino esperti di palcoscenico.

Ma che ne è dei contenuti, dell’ideazione, della regia, delle modalità espressive insegnate nelle scuole di teatro? Dei lunghi e faticosi training che coinvolgono mente e corpo a sostanziare” il personaggio” e la presenza scenica? Degli studi teorici e pratici che affinano le possibilità espressive attoriali? Della vasta letteratura e delle molteplici discipline che vanno ad interescarsi per ottenere un prodotto aristico teatrale? Perchè, si sa, la fecondità del risultato (anche estetico) è tanto più grande quanto più maggiori sono le sapienze che sottendono la complessiva cultura sull’argomento e il presenzialismo non basta a giustificare la qualità: la televisione ne è esempio lampante.

Attori e registi non ci si improvvisa, così come a nessuno verrebbe in mente di fare un concerto senza conoscere la musica e lo strumento, almeno ce lo si augura.

L’allarme artistico rimane, nella superficialità delle proposte e nella scarsezza dei mezzi culturali a propria disposizione, e anche quando sembra che i contenuti ci siano, nelle buone o “furbe” intenzioni di alcune Compagnie, capaci di coinvolgere nel palcoscenico “i diversi”, siano essi extracomunitari o disabili, con progetti ineccepibili sotto il profilo umanitario e sociale, scopriamo che queste operazioni di artistico conservano solo l’involucro, forti del fatto che non si può sparare sulla Croce Rossa.

Così la nostra cultura cittadina si forgia sui facili clichè ed è inutile difenderli dicendo che se il pubblico c’è significa che li ama.

Anche il pubblico si educa o si “diseduca”, soprattutto quando non esistono proposte alternative.

Emanuela Dal Pozzo

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