APPROFONDIMENTI CULTURALI

CALEIDOSCOPIO CULTURALE

a cura di Franca Barbuggiani

con il libero apporto di studiosi ed appassionati.

per contatti:  franca.barbuggiani@live.it

 

                                  

                                         DA BOLLYWOOD ALLA LETTERATURA SANSCRITA. ALCUNI LINEAMENTI.

 

India is the central link in a chain of regional civilizations that extend from Japan in the far north-east to Ireland in the far north-west. Between these two extremities the chain sags down southwards in a festoon that dips below the Equator in Indonesia.” (A.J. Toynbee)

Il cinema indiano, rappresentato principalmente da Bollywood, si è formato come cinema di trasposizione del mito e della letteratura classica in lingua sanscrita. Non deve stupire la volontà ostinata di perpetuare la tradizione anche con mezzi nuovi quale il cinema, dove risulta sorprendente la persistenza del motivo mitico. Il primo film indiano fu Raja Harishchandra, girato nel 1913, che si rifà a un episodio del Ramayana, opera del ciclo epico della mitologia indiana. Regista fu Dhundiraj Govind Phalke (1870-1944), considerato il padre del cinema indiano. Anche le altre letterature fiorite sul suolo dell’India furono profondamente influenzate da questa tematica.

Con l’espressione “letteratura sanscrita” si indicano i testi scritti in due lingue molto simili: il Sanscrito, appunto, e il Vedico, strettamente collegati tra loro. Il Vedico, più antico del Sanscrito, a sua volta, costituì la base della letteratura indiana.

Il mito, in tutte queste letterature, fu fondamentale. Esso permeava anche gli eventi storici, e ogni evento diventava mito. La narrazione mitica si impadroniva di ogni aspetto della vita sociale, compresi gli eventi storici. Ogni racconto reale venne, quindi, deformandosi per integrarsi nel mito esistente, fagocitando tutti gli eventi concreti. Tanto poco è attendibile la trasmissione storica scritta (i primi testi risalgono a circa il mille d.C.) tanto più lo è, in solidità, la tradizione dei testi letterari.

I primi testi mitico-letterari, trasmessi oralmente (tra cui il Rg-veda, testo sacro dell’India per antonomasia), trovarono forma scritta soltanto in epoca tarda. La fissità della tradizione testuale è dovuta al suo valore religioso e alla convinzione che il minimo errore nell’eseguirne la recitazione nel rituale rendesse nullo ogni sacrificio, attirando così il disordine cosmico sul mondo. Da questa ritualità trae origine anche il diritto romano con il suo rigido formalismo. L’esigenza di preservare i testi incorrotti diede luogo ad una grammatica accuratissima, rappresentata, tra i molti tentativi coevi o precedenti, dalle Aṣṭādhyāyī (Gli Otto Capitoli) di Pāṇini, dando vita, successivamente, a una ricchissima letteratura grammaticale. Le raffinate tecniche di analisi sviluppate in India diedero luogo nel XIX secolo, una volta conosciute in Europa, alla nascita di una nuova scienza, la linguistica.

Le tematiche della letteratura in Sanscrito e in Vedico si diffusero in tutta l’area dell’India attuale e del Pakistan, estendendosi fino a Giava, dove si formarono letterature fortemente sanscritizzate. Questo potere di irraggiamento sanscrito-vedico continua ancor oggi giungendo fino al Pakistan, all’Afghanistan, all’Indonesia, al Sud-est dell’Asia, e al Tibet in modo particolare. In misura minore influenzò anche le letterature della Cina e del Giappone. Vi fu anche un re-incontro con la letteratura persiana. Le testimonianze più antiche del Sanscrito e del Persiano (Rg-veda e Avesta) mostrano, infatti, una lingua e tematiche mitico-religiose molto simili, derivanti dalla comune origine indo-europea. Queste si ri-fusero durante il periodo Moghul in India, dinastia indo-persiana, sviluppando una ulteriore tradizione. Questa pure ripresa nella produzione cinematografica di Bollywood, nonché nelle cinematografie di gran parte dell’Asia.

Pietro Moretto

Pietro Moretto coltiva studi di antiche lingue e tradizioni dell’Eurasia.

 

 

ATTUALITA’ DEL MITO DELLA CAVERNA DI PLATONE

Il mito della caverna, esposto nel libro VII de La Repubblica di Platone, rivela la sua attualità in riferimento alla crisi morale e politica del nostro presente storico.

Immaginiamo in una caverna dei prigionieri incatenati che possono guardare solo la parete antistante in cui si riflettono le ombre di alcune statuette alle loro spalle. Il significato simbolico è facilmente intuibile: la caverna simboleggia il nostro mondo, i prigionieri rappresentano tutti gli uomini, e le catene il legame con il mondo sensibile. I prigionieri sono immersi nella falsa sapienza perché scambiano per verità ciò che è solo ombra, come la massa odierna condizionata dai mass-media, che non usa la ragione. Immaginiamo che uno dei prigionieri venga liberato: andrebbe dal buio alla luce, dal mondo sottoterra, inferiore, a quello superiore, incorporeo, intellegibile, dalla falsa sapienza alla conoscenza della verità. Girandosi, si accorgerebbe che la sua conoscenza era fatta di immagini e che le statuette sono la realtà. Alla luce, poi scoprirebbe che le statuette sono copie degli oggetti reali che simboleggiano le idee matematiche, base della matematica, e le idee-valori, base della filosofia. L’uomo libero, dopo avere contemplato la vera realtà, cioè matematica e filosofia, arriva alla contemplazione del sole, l’idea del Bene, “causa di tutto ciò che è retto e bello” che rende possibile la scienza e che, perciò, è l’apice teoretico; è l’apice etico perché sapere il Bene, per Platone, comporta l’agire bene, nel privato e nel pubblico, cioè nel governo dello Stato; è anche l’apice pedagogico, della formazione dell’uomo libero, il filosofo. Questi prova pietà per i compagni, ma trova effimeri gli onori riservati a coloro che avevano memorizzato le ombre e che sapevano riconoscerle, ovvero i sofisti, i quali, come certi intellettuali di oggi, ricevevano onori perché conformavano il loro sapere all’opinione della massa. Nel VI libro, Platone aveva trattato il rapporto fra i sofisti e“i più”, la massa, che aveva denominato dispregiativamente il bestione. Emerge, come nel nostro presente, l’appiattimento della cultura della massa da parte dei falsi intellettuali che, volendo compiacere il bestione, si attengono a ciò che gli piace,” chiamando buono ciò che lo rallegra e cattivo ciò che lo affligge”. La massa non è benevola con chi non la compiace: il prigioniero liberato, se scendesse nella caverna, sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri e se tentasse di liberarli, di condurli verso la verità, potrebbe essere ucciso. Platone si riferisce a Socrate, mentre noi riconosciamo i rischi dell’intellettuale o di chi va controcorrente e denuncia il carattere relativo o falso dell’opinione. Nonostante i pericoli, bisogna costringere il filosofo a ridiscendere nella caverna perché il fine del suo percorso formativo è ”curare e custodire gli altri “.

Fra individuo e Stato, tema discusso poi per secoli, lo Stato per Platone ha la precedenza perché non realizza il bene di un solo elemento, ma di tutti. Coloro che conoscono la verità non identificano il Bene negli onori, nelle ricchezze, nel potere. Questo loro disinteresse è la migliore garanzia e, perciò, a loro spetta il governo, anche se non vogliono. In conclusione, di fronte alla crisi del nostro presente storico, accogliamo i messaggi polivalenti di questo mito: possiamo riconoscere, nella nostra società, una massa incatenata dai condizionamenti, immersa nella falsa conoscenza dei mass-media, e tendente alla omologazione; smascherare chi si atteggia ad intellettuale per avere il favore della massa, ne segue le tendenze e porge ciò che le aggrada, non la verità. Anche oggi quelli che coltivano non il proprio interesse, ma il Bene, non vogliono onori, ricchezze, potere: costoro governerebbero secondo ragione, per il Bene di tutti. Infine, il messaggio culminante: chi ha raggiunto un livello alto del sapere deve ridiscendere nella caverna, mettere a disposizione della comunità il proprio sapere e la propria etica. E’ utopia?

Platone risponde: “l’amministrazione dello stato sarà una realtà e non un sogno.”.

Allora, oggi possiamo essere ottimisti e far sì che un governo dei buoni e dei giusti sia un progetto realizzabile?

Mirella Leone

 

Mirella Leone

Già docente di filosofia all’Università di Verona, sudiosa di filosofia classica e di storia, fa parte dell’Archivio per la scrittura e la memoria delle donne presso l’Archivio di stato di Firenze, dell’AICC (Associazione italiana cultura classica), del CLE (Centrum latinitatis Europae) e di prestigiose associazioni culturali veronesi. Ha pubblicato un libro di storia e memorie familiari (“Le radici e la chioma”, Bonaccorso 2012) ed una ricerca storica sulla prima studentessa liceale italiana (“Da studentessa a professoressa, una donna dell’Ottocento alla ricerca della professione”, Bonaccorso 2015) che ha vinto il 1° premio della XVII edizione de ”Il paese delle donne” sez saggistica.

                          

 

TRA IL GROTTESCO E IL SUBLIME: ALEJANDRO JODOROWSKY UMANISTA RIBELLE

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Il percorso artistico di Alejandro Jodorowsky viene generalmente considerato in via quasi esclusiva dal punto di vista della sua produzione filmica.

In effetti, questo poliedrico, carismatico e assolutamente eccentrico regista e scrittore cileno, nostro contemporaneo, è approdato alla notorietà nell’ambito del cinema underground.

Si tratta di opere nelle quali, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, Jodorowsky ha messo a frutto la sua esperienza giovanile di mimo e attore, culminata nel movimento del Teatro Panico, del quale è stato co-fondatore. Infatti, proprio le caratteristiche di questo movimento, insieme a quelle del Teatro della Crudeltà, al quale pure egli fa riferimento, hanno costituito gli elementi di principale ispirazione dei suoi film più noti, quali “El Topo”, “La Montagna Sacra”, “ Santa sangre”.

Si tratta di opere caratterizzate da terrore, sadismo e umorismo blasfemo, mescolati all’imprevedibile, all’insolito e al grottesco, rivedendo il tutto attraverso i filtri del surrealismo, del misticismo e della controcultura dell’epoca. Ritroviamo esperienze e conoscenze del tutto eterogenee — dalla fantascienza allo sciamanesimo, passando per lo script fumettistico e le ispirazioni anarchiche proto-punk – in un caleidoscopio di stimoli che risulta determinante nella costruzione del “personaggio” Jodorowsky, come artista di culto un po’ di nicchia, ma soprattutto come fucina di esperienze della sua nascente poetica anarchico–umanista.

Infatti, la libertà del pensiero asservita esclusivamente alla centralità della fantasia saranno le caratteristiche dominanti di tutta l’esperienza artistica di questo grande maestro contemporaneo, il cui tema di ricerca, dalla fine degli anni Settanta a oggi, sarà quello della esperienza umana come “artistica in sé”, alla scoperta della storia di ciascuno come storia famigliare, generazionale e sociale, ma soprattutto come avventura individuale oltre le catene famigliari e i condizionamenti della politica e della religione, ridefinite come valori relativi, subordinati alla autorealizzazione del sé quale supremo gesto sia estetico che morale.

La vera missione dell’individuo, nella poetica di Jodorowsky, sta nella ricerca della propria storia e del proprio destino: un percorso per ciascun essere umano, unico e irripetibile, in una dimensione sincretica nella quale si fondono le profondità di tutte le religioni e di tutte le filosofie, anche esoteriche, con le intuizioni della psicoanalisi e del gioco simbolico, senza perdere il senso dell’irripetibile, del tragico, del comico e del surreale.

In quest’ottica, negli ultimi decenni Jodorowsky, da regista, si è evoluto in ricercatore del profondo, con una produzione letteraria eclettica, nella quale ritroviamo il portato di studi, apparentemente lontanissimi, sui temi del simbolo (importanti i testi dedicati alla storia, funzione e significato dei tarocchi), delle religioni (ai Vangeli, nello specifico, dedica uno scritto qualificandoli come strumento di guarigione spirituale) e della famiglia.

Il presupposto di questa produzione letteraria (in parte anche biografica, come il libro “La danza della realtà”) è che, per usare una frase del Buddha, “Niente è come sembra” e, poiché “tutto insegna”, l’approccio alla conoscenza, come dimensione del sé unitaria ed armoniosa, deve essere coraggioso e ribelle. Dobbiamo accostarci alla vita senza preconcetti né pregiudizi. In questo ci deve essere di aiuto l’arte: a sviluppare la coscienza e la conoscenza e quindi a tenere aperte le porte della percezione.

Jodoroswky, infatti, fa propri questi versi di William Blake: “Se le porte della percezione fossero pulite, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è, infinita. Poiché l’uomo si è così rinchiuso che vede tutto attraverso le anguste fenditure della sua caverna.”.

Va sottolineato che, nonostante la portata universale del suo messaggio, questo autore non ha mai tradito la propria formazione anarchica e dissacrante: non si è mai posto come un illuminato o un “guru”, tanto è vero che, interpellato sulla sua missione artistica, in modo provocatorio e divertente si è autodefinito un “sacro imbroglione” proprio perché: “vero è ciò che è utile”.

Rompere i vincoli con il passato (in particolare con la famiglia, “tesoro e trappola” al tempo stesso, come sottotitola il suo libro dedicato alla “Metagenealogia) per arrivare a porsi in modo totalmente aperto alla percezione della meraviglia della vita: questo è l’insegnamento artistico di Jodorowsky che, nella seconda parte della sua esperienza, arriva ad affermare che l’arte è tale “… solo se cura”: altrimenti non è.

In questo senso è facile comprendere la affermazione dell’artista che sinteticamente dice di sè: “La profonda storia della mia vita è quella di un impegno costante per espandere l’ immaginazione”.

Il tutto è sintetizzato in modo sublime nella sua poesia:

POR OSMAR

Mi piace sviluppare la mia coscienza per capire perchè sono vivo,
cos’è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell’universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di condotta, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio,
il cui cuore critica gli altri senza sosta,
la cui sessualità vive insoddisfatta,
il cui corpo s’intossica senza saper apprezzare di essere vivo.
Ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare perchè il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale.
Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un papa che predica senza condividere la sua anima con una “papessa”.
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare e non competere.
Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare dio interiore.
Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore.
Mi piace l’arte che serve per guarire.
Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto ciò che provoca il riso.
Mi piace affrontare, volontariamente, la mia sofferenza, con l’obiettivo di espandere la mia coscienza.
Alejandro Jodorowsky

Alejandro Jodorowsky attualmente vive a Vincennes, vicino a Parigi; scrive e tiene ancora seminari e conferenze sulle materie che lo hanno impegnato negli ultimi decenni, in particolare sulla simbologia dei Tarocchi e su discipline da lui stesso inventate, quali la Psicomagia e la Psicogenealogia.

Beatrice Pinotti

Beatrice Pinotti

Laureata in legge è studiosa di simbologia sacra. Vive a Mantova.

 

                                                                      IL SOGNO E I SOGNI NEL MONDO CLASSICO

Il sogno scaturisce dal fondo mitico della mente, dà vita alle immagini dei sogni, muove le figure del “gran teatro” dell’anima. E’ il filo che permette di inoltrarsi nel labirinto di un percorso terapeutico in cui, a partire dal “romanzo famigliare”, ci si avvia a oltrepassarlo, sino a cogliere l’intreccio che lega la vita personale a quella più profonda dell’anima, radicata nei suoi fondamenti archetipici.

Nella letteratura occidentale Omero è il primo autore che ci parli di sogni. I sogni in Omero possono essere indotti da Dei o da defunti, possono essere veritieri ed alludere a qualcosa che deve accadere o fallaci ed ingannatori; possono essere funesti ed indurre chi sogna a desistere da un’ impresa o essere benevoli e di sostegno a chi li fa. Per esempio, il sogno delle oche e dell’aquila (Odissea XIX 535 ss) che profetizza la vendetta di Odisseo nei confronti dei Proci. Proprio in questo ultimo passo, Penelope spiega che cosa siano i sogni:

Ospite, i sogni sono vani, inspiegabili:

non tutti si avverano, purtroppo, per gli uomini.

Due son le porte dei sogni inconsistenti:

una ha battenti di corno, l’altra d’avorio:

quelli che vengono fuori dal candido avorio,

avvolgon d’inganni la mente, parole vane portando;

quelli invece che escon fuori dal lucido corno,

verità li incorona, se un mortale li vede.

(Omero, Odissea, XIX, 560-567, trad. Rosa Calzecchi Onesti)

Nell’antichità il sogno era considerato fonte di verità superiori ed era interpretato per trarne presagi. Un autore che ricorre spesso all’espediente onirico è Eschilo. Per coinvolgere lo spettatore e catalizzare la sua attenzione sugli eventi in scena, creò soluzioni drammatiche. Tra le varie tecniche ricordiamo: Il sogno – presagio (nei “Persiani” e nel “Prometeo”). Prometeo: il sogno visita Io (sfortunata eroina). Zeus, innamoratosi della ragazza, le invia ambigue visioni notturne che la turbano. I sogni, come messaggeri, la invitano ad uscire dalla sua stanza per raggiungere Zeus negli aperti pascoli, ma il contatto con Zeus porterà la ragazza alla rovina, poiché sarà trasformata da Era in giovenca e condannata a vagare per tutta la terra. Il sogno mostra una forza premonitrice: i pascoli e le praterie dove si fermerà la ragazza, preparano lo spettatore alla metamorfosi della giovane in bestia-donna. Persiani: al palazzo di Serse, in un’atmosfera di angoscia, la regina Atossa narra ai Fidi il suo sogno: due donne, una persiana e l’altra greca, si affrontano. Serse cerca di domarle e sottoporle al giogo del suo carro, come cavalle da traino. Mentre la persiana si sottomette, l’altra si ribella (si libera dal morso delle briglie e rovescia il carro). Il sogno si conclude con l’apparizione del re Dario (padre di Serse) in lacrime, davanti al quale Serse si strappa le vesti. Simboli: le due donne rappresentano la Persia (docile e sottomessa a Serse) e la Grecia (fiera e indipendente). La scena finale del sogno rappresenta un’aquila (la Persia) aggredita da un falcone (Grecia) che le infligge un duro supplizio, e simboleggia il massacro della flotta di Serse per mezzo degli artigli (rostri) e delle fiocine.

Nelle Coefore: Appare il fantasma di Clitennestra, che aizza le Erinni, addormentate, a perseguitare il figlio per il suo orribile delitto, lamentandosi del fatto che nessun altro dio si levi in sua difesa. Le Erinni si accingono, lamentandosi in sogno, a dare la caccia ad Oreste. Parodo (vv. 143-178):

Dormite? E che bisogno ho io / di sonnacchiose? Perché m’offendete / cosí?

Nel V libro della Repubblica, proprio nel cuore della discussione sulla città ideale, Platone fornisce per bocca di Socrate una spiegazione apparentemente semplice di ciò che dovrebbe intendersi con l’espressione «sognare» o «fare sogni» (oneriòttein): scambiare per uguali cose che non sono uguali, ma soltanto simili. Sognare è muoversi in un universo di certezze supposte tali. È un sognare rispetto al quale l’opinione sensibile non è qualche cosa da scartare ma una sorta di anticamera, un percorso obbligato che conduce alla scienza e alla conoscenza in senso proprio. Gnòme ed Epistème non implicano il rifiuto delle percezioni, bensì la capacità di ritrovare in esse le idee. Coerentemente con questo quadro, il filosofo non è colui che rinuncia al sogno e allo spettacolo del mondo, ma chi trasforma ogni spettacolo, e perfino l’intrattenimento, in una nuova occasione per ricercare la verità.

In passato – spiega Socrate nel “Fedone” ai suoi interlocutori – accoglievo questo sogno come se mi facesse da sprone e da incoraggiamento a fare ciò che facevo, in modo simile a chi incita i corridori, cosi io ritenevo che anche il sogno mi incitasse a ciò, a comporre musica, perché la filosofia è la musica più nobile, ed io questo facevo. Sempre nel “Fedone”, Cebete domanda a Socrate per quale motivo da quando è in carcere si sia messo a comporre, quando prima non lo aveva mai fatto. La risposta del filosofo è: Volevo mettere alla prova certi miei sogni, per sperimentare che cosa dicessero. Il sogno non richiede alla veglia tanto di essere interpretato, quanto piuttosto di essere messo alla prova.

Nel “Carmide”, Socrate presenta nella veste di un sogno l’idea di un mondo in cui la scienza regni sovrana e la temperanza possa orientare i suoi sforzi in direzione del bene. E anche l’intera costruzione della “Repubblica” ci viene presentata alla stregua di un grande affresco onirico. Il filosofo mette in campo un suo sogno di razionalità che entra in dialettica con le concezioni del senso comune

Nel “Timeo”, Platone spiega agli allievi come gli dei introducono negli occhi dell’uomo le immagini dei sogni durante la notte: Dunque, quando attorno alla corrente degli occhi c’è la luce del giorno, il simile si getta sul simile, e diventa suo congiunto, si colloca nel corpo come a casa propria dritto nella direzione degli occhi, dove, viceversa, ciò che viene da dentro, andando incontro a ciò che viene da fuori, ad esso si congiunge… (…)… . Ma quando sopraggiunge la notte, il fuoco congenito si separa, si trasforma rispetto al suo dissimile esteriore, si altera e si spegne, non essendo più unito all’aria circostante, non ha fuoco. Smette di vedere, ed allora diventa un attrattore del sonno. Gli dei hanno escogitato la natura delle palpebre a salvaguardia dell’occhio. Quando lo racchiude in sé, imprigiona la forza del fuoco che c’è dentro, la quale forza dissolve e rende uniformi i movimenti interni e, una volta che questi sono appianati, giunge la quiete, e quando c’è molta quiete, si verifica un sonno con brevi sogni, quando invece restano dei movimenti più grandi, a seconda dei luoghi in cui permangono, ci passano sopra tante e tali immagini, che dentro si rendono simili a quelle esterne e che vengono ricordate una volta svegli (Timeo 45-46)

Angiolina Martucci Lanza

 

Angiolina Martucci Lanza

Ex docente di lettere è organizzatrice di eventi culturali.

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