“CLEOPATRA VA IN PRIGIONE” DI CLAUDIA DURASTANTI

IMG_20180308_223736Una settimana dopo che lei e Aurelio si sono ufficialmente fidanzati, lui l’ha portata in uno spiazzo dietro a un supermercato e le ha fatto notare un graffito sull’asfalto con il suo nome – un segno rozzo e giallo con le lettere distanziate, il contrasto cromatico dei cartelli che segnalano la presenza di materiale radioattivo. Caterina ha sorriso e gli ha detto che è matto, ma sapeva che la scritta stava lì da molto tempo prima che lei e Aurelio si conoscessero. Non glielo aveva mai confessato per non farlo restare male: le persone che ami vanno difese.”

È un romanzo di carne e asfalto “Cleopatra va in prigione” di Claudia Durastanti, (2016 Minimum fax) l’intimo racconto di una vicenda sentimentale che molto ricorda un romanzo di formazione – con le sue false partenze, i ritorni, le speranze, ambizioni disattese e bruschi cambi di rotta – senza esserlo davvero.

Al centro i protagonisti, Caterina e Aurelio, che si muovono sulla scena di una periferia romana dal sapore tropicale: umida, congestionata e polverosa. Aurelio è recluso a Rebibbia, Caterina ogni giovedì lo va a trovare per poi gettarsi nel letto del poliziotto che lo ha arrestato, con una passione apparentemente priva di tormento. La loro storia, solida forse più di quanto loro stessi siano in grado di comprendere, è nata storta, con il venir meno dei sogni di Caterina, ex ballerina di danza classica costretta a lavorare come spogliarellista nel locale del fidanzato, poi “declassata” a truccatrice di scena, e di Aurelio, incastrato in un brutto guaio e in una cella di pochi metri quadrati. Nonostante tutto i due non riescono a fare a meno l’uno dell’altra, visceralmente, in un legame che può definirsi solo attraverso la costruzione delle reciproche identità.

E noi, per esplorare il mondo interiore dei protagonisti, dobbiamo camminare per zone di Roma forse mai realmente guardate con un occhio così laico: periferie che non hano nulla del romanticismo “accattone” di un disagio visto come esaltazione dei buoni sentimenti della povertà, né della rivolta urlata dai muri stessi delle case di certe opere di denuncia. La città si riflette in Aurelio e Caterina e li plasma, ma allo stesso tempo viene costantemente plasmata dalla loro presenza e dal loro sguardo. Sullo sfondo una serie di personaggi compirmari che, in parte appena abbozzati, in parte più nettamente descritti, contribuiscono a complicare la percezione degli eventi nel lettore, che si trova così a barcamenarsi alla ricerca di punti di riferimento stabili che, tuttavia, non trova. Questo anche perché la prosa di Claudia Durastanti è estremamente mobile, non si lascia definire in modo univoco. Scarna e spesso essenziale, alterna un uso marcato della paratassi con periodi più complessi animati da un’aggettivazione generativa, che tende a rendere le descrizioni degli spazi con un’esattezza fotografica. Lo sguardo si allarga e restringe dal piano generale del racconto al singolo dettaglio di scena, senza soluzioni di continuità.

Nessuna morale in questo racconto, nemmeno quella che, a chiusura del racconto, il lettore potrebbe costruirsi autonomamente. Gli antichi greci chiamavano questo esercizio intellettivo epochè, sospensione del giudizio: di fronte a dati innegabili, a fatti tangibili, il lettore decide di rinunciare alla ricerca di una verità, perché consapevole di non poterla trovare. Cosa sia giusto o sbagliato, se sia un epilogo felice o infelice non importa in fondo. Ciò che importa è che le vite dei protagonisti, i loro desideri, i loro progetti, proseguano nonostante le difficoltà, le delusioni e i sogni infranti, senza per questo sfociare in una religione della speranza del domani che ripagherà anche i più disgraziati.

Dopo suoi primi due romanzi – Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (Marsilio, 2010) e A Chloe, per le ragioni sbagliate (ibidem, 2013) – la Durastanti si conferma una voce di primo piano della narrativa italiana, al di fuori delle limitanti e ristrette categorie “giovani”. Cleopatra va in prigione, nato come racconto per la raccolta L’età della febbre (Minimum fax, 2015) dichiara una prosa articolata e matura, con una sua identità precisa, frutto di un incontro fra l’eredità recente della narrativa americana del secondo Novecento e la plasticità, quasi teatrale, della prosa italiana. Un lessico evocativo e una sintassi essenziale ci fanno supporre che, dalla penna della Durastanti, molti scritti capaci di descrivere e definire l’immaginario presente debbano ancora venire.

Caterina Bonetti

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