IL TROVATORE DELLA FENICE DI VENEZIA

Le vocalità necessarie per mettere in scena un ‘Trovatore’ oggi , non sono facili da trovare in quanto, per affrontare questa partitura, gli artisti devono coniugare timbro omogeneo dal rilevante spessore armonico , tecnica sopraffina, teatralità scolpita e calibrata da un fraseggio ed accento curato e drammaticamente cesellato .

In questo caso il Teatro La Fenice di Venezia si è procurato un cast che possedeva tutte, o quasi, queste qualità e non è cosa da poco .

La regia di Lorenzo Mariani (ripresa dalla Produzione 2010 per il Teatro Regio di Parma, a parte il bel velario che ci accoglie in sala che ben presenta il dramma nella sua lettura popolare e teatrale) inquadra lo spettacolo in uno spazio nudo ed asettico sul quale incombe una luna che, di quadro in quadro, cambia colorazione e posizione e dove, a tratti, s’infiammano improvvise quanto sporadiche fiamme, senza impostare una qualsivoglia interpretazione teatrale della partitura tratta dal dramma di Gutierrez. Completamente assente anche nel lavoro con coro e solisti, l’impostazione registica si limita così a fare da sfondo alla pièce senza proporre nessun interpretazione personale (maggiormente presente a Parma) che , se opportunamente sviluppata (bella la III parte disseminata di spade conficcate nel terreno che ben veicola la tinta ferrigna dello spartito) avrebbe potuto ben arricchire teatralmente lo spettacolo di drammatiche significanti.

Nel temibile ruolo di Manrico era impegnato Gregory Kunde che , da sempre artista di calibrata professionalità, da qualche tempo ci ha ormai abituato a prestazioni in crescita che, combinando la cura tecnica con la raffinatezza dell’accento, lo portano a inanellare eccellenti interpretazioni.

Così il suo personaggio, tratteggiato da una vocalità a tutto tondo, perfetta per il ruolo e sempre ben appoggiata su di un’accurata respirazione e robustezza tecnica, vive di un fraseggio lucente ed incisivo animato da accenti audaci e vibranti; certo, in questo contesto, forse le raffinatezze dell’amante passano in secondo piano ( “Ah si, ben mio”) ma sono pur sempre risolte con sapienza esecutiva e giusta misura ed il suo Manrico si distingue per bellezza del timbro , sapiente teatralità , giusta tecnica e teatrale disinvoltura …. che altro ?

Carmen Giannattasio, impegnata (con la bronchite!) nell’arduo personaggio di Leonora ne ha offerto un ‘interpretazione per molti aspetti non priva di interesse.

Il timbro dell’artista è di indubbia qualità ed in questo particolare ruolo verdiano, così difficile tecnicamente ma anche necessario di molta morbidezza ed attenta musicalità, si è sposato perfettamente. Riuscendo a dominare tecnicamente il suo strumento (ed essendo indisposta è da lodare ulteriormente) l’artista lo ha sempre piegato all’esigenza della parola riuscendo a delineare , nel suo complesso, il ruolo con attenzione e giusta teatralità. Certo in molti punti (“D’amor sull’ali rosee” e cabaletta) si percepiva la necessità di un maggior lavoro sul fiato che consentisse all’artista di affrontare le agilità con maggior sicurezza e musicale precisione ma la giovane età certo la porterà ad approfondire ulteriormente un ruolo che le è , dal mio punto di vista, certamente congeniale.

Non ugualmente congeniale il ruolo del Conte di Luna al bravo baritono Artur Rucinscki che deve ancora molto cesellarlo nel fraseggio e nell’ accento.

Diciamo subito che il timbro di Rucinski è , a mio parere, uno dei più belli oggi in circolazione e che l’artista per morbidezza nell’emissione , sapiente tecnica e corretta musicalità si pone come uno dei giovani artisti oggi più promettenti, ciò non toglie però che debba affrontare un ruolo come quello del Conte cercando di raffinare la cura per la parola e per l’accento che in Verdi , come si sa, ha lo stesso valore, e spesso anche di più. della nota cantata e, da un artista del suo valore, ciò assolutamente si pretende. Salvo questo il suo Conte è certamente di tutto rispetto.

Per Veronica Simeoni il discorso muta ancora in quanto la giovane mezzosoprano , pur raffinata nell’esecuzione e musicalmente corretta, non possiede il peso vocale più adatto al personaggio di Azucena che richiederebbe, oltre ad una più matura teatralità, una vocalità di maggior spessore timbrico e drammatico .

Bene si è comportato Roberto Tagliavini nel ruolo di Ferrando, mettendo in evidenza un timbro da basso cantante assai interessante ed un’attenzione al dettato verdiano rimarchevole e raffinata.

Completavano il cast i bravi Elisa Savino (Ines), Dionigi D’Ostuni (Ruiz), Salvatore Giacalone (un vecchio zingaro) e Bo Schunnesson (un messo).

Il M° Daniele Rustioni , alla guida dell’Orchestra della Fenice, mostrava ottime intenzioni anche se un po’ opacizzate da una scelta interpretativa sbilanciata su sonorità un po’ troppo esasperate e concentrata sulla chiave dinamica piuttosto che su quella più intima e lirica, pur presente in partitura.

Una sala gremita da un pubblico entusiasta premiava con numerose chiamate a proscenio tutti gli interpreti ed il Direttore.

Venezia, 28/09/2014

SILVIA CAMPANA

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