INTERVISTA A CARLO INFANTE

Ho incrociato, più o meno per caso, Carlo Infante al Festival di teatro Orizzonti Verticali di San Gimignano e poi in una mia incursione veloce a Volterra, per assistere ad un altro dei suoi radio walk-show( di cui abbiamo accennato nel resoconto del Festival di Orizzonti Verticali) , inserito sempre in un contesto di festival dal fertile titolo di “Ferita”, metafora che racchiude molteplici significati e che ha visto coinvolto il carcere di Volterra.

(Ci sarebbe piaciuto registrare nella sua interezza questa ricca e intensa esperienza del Festival di Volterra che abbiamo purtroppo per quest’anno potuto osservare dal” buco della serratura”. Ci rifaremo il prossimo anno.)

Ritengo che l’incontro con personaggi chiave del mondo contemporaneo, in questo caso teatrale,sia una delle cose più belle di questo lavoro (che non c’entra nulla con il tal o tal altro personaggio famoso), perchè mette in circolo idee, spunti di riflessione, confronti. A volte illumina zone buie con nuovi significati o semplicemente ci incoraggia nella strada intrapresa.

Carlo Infante, autorevole e noto per la ricca e lunga esperienza nel mondo del teatro e in modo più ampio della comunicazione, è uno di questi. ( http://www.performingmedia.org/profilo-esteso http://www.performingmedia.org/profilo-sintetico htpp://urbanexperience.it )

Ci ha rilasciato la seguente intervista.

Tracciando a grandi linee la tua storia artistico-critica, come sei approdato all’urban experience?

Arrivo all’idea di urban experience lungo un percorso che dal Movimento del 1977 mi aveva visto impegnato in una prassi militante rivoluzionaria che aveva riconvertito le guerriglie urbane in happening situazionisti con il gruppo degli Indiani Metropolitani che avevamo inventato durante l’occupazione della Facoltà di Lettere all’Università di Roma. Facevamo delle “fanzine”, giornali autoprodotti e stampati nella tipografia di Lotta Continua, contraddistinti dall’ironia e dalle scritture poetiche-demenziali che sbeffeggiavano l’ortodossia marxista-leninista e li diffondevamo nel centro storico di Roma con dei blitz festosi. Facevamo delle passeggiate “psicogeografiche” per riscoprire la città con occhi diversi. Occupammo una casa a Via dell’Orso che divenne di fatto ciò che oggi si definirebbe un “coworking urbano”: un covo creativo dove scrivevamo e progettavamo performance desideranti. Un background che s’è riattivato ora con urban experience dopo decenni di critica teatrale, sperimentazioni radiofoniche e video, progettazioni multimediali e web, strategie di performing media e fondamentalmente un’attività che definisco “changemaking”, mi occupo di cambiamenti culturali, da sempre.

L’esperienza dei radio-walkshow è quindi la realizzazione compiuta di quelle intuizioni?

Si, è diventato un format a tutti gli effetti. Un’azione in cui convergono le mie strategie culturali sul performing media, concetto che ho coniato quindici anni fa (e ora è tra i lemmi della Treccani) e delinea l’uso sociale e creativo dei nuovi media interattivi e mobili.

Una definizione che sorge dalle sperimentazioni del videoteatro (altro termine che ho coniato nel 1981, quando scrissi di “Tango Glaciale” di Mario Martone) e della radiofonia (dove per la RAI ho prodotto diverse serie di teatro in radio) e va oltre. Oggi il punto non è più quello di portare la performance nei media ma d’interpretare la performatività insita nei nuovi media interattivi. E’ in atto una scommessa antropologica: dobbiamo contestualizzare con la nostra creatività l’evoluzione tecnologica altrimenti saranno guai: rischiamo di vivere vin un mondo eterodiretto.

In questo senso i radio-walkshow sono da considerare come dei gesti esemplari: sono semplici come delle passeggiate e allo stesso tempo usano in modo creativo i performing media. Sono conversazioni nomadi caratterizzate dall’ausilio di smartphone (e tablet) e cuffie collegate ad una radioricevente (whisper radio) che permette di ascoltare le voci dei walking-talking heads e repertori audio predisposti.

Protagonisti dell’azione ludico-partecipativa sono gli spettatori-cittadini attivi che si mettono in gioco attraversando uno spazio urbano o qualsiasi altro territorio da esplorare passeggiando. Una strategia dei walk show è quella di attivare “palestre dello sguardo”, per cogliere i dettagli del paesaggio che si attraversa e interpretarli, per input di pensiero laterale, lungo la passeggiata peripatetica.

Il principio d’efficacia è nella rivelazione del conversare “ di fianco” rispetto al solito parlare “di fronte” dove ci si rappresenta, sfidando lo sguardo degli altri. Si condivide un cammino e il parlare trova un suo andamento, sollecitando partecipazione e sottraendo rappresentazione.

L’entusiasmo che metti nel condurla dipende dal fatto che ti diverti ( ti metti in gioco), dalle sue potenzialità ancora non del tutto esplorate o da un intento progettuale più ampio ideologico in cui credi e di cui ci potresti parlare?

Certo mi metto in gioco e invito tutti i partecipanti a farlo. Il gioco è una condizione abilitante. E’ un concetto evolutivo. Ne ho trattato ampiamente in un libro per Bollati Boringhieri uscito nel 2000 dal titolo “Imparare giocando. L’interattività tra teatro e ipermedia”. La cosa più forte dei radio-walkshow è che sono fatti di niente e può così accadere di tutto. Si fa training di presenza di spirito, si apprende dappertutto.

Il radio-walkshow è un format funzionale sia in ambito educativo (per il principio della “porosità pedagogica”), sia urbanistico (per qualificare e dinamizzare la partecipazione degli stakeholder) nel promuovere cittadinanza attiva, secondo la metafora dello sciame intelligente, sia culturale e sociale (per il brainstorming nomade inscritto nei contesti territoriali).

Nel contesto del radio-walkshow ti senti più un performer o un critico, cioè in pratica più un attore o un osservatore e quanto ritieni che i due aspetti si possano differenziare o intersecare?

Mi sento cittadino attivo e mi piace che i partecipanti facciamo lo stesso, diventando tutti più in gamba. Non amo più la rappresentazione m’interessa la partecipazione. Ma questa ha bisogno di forme: di condizioni abilitanti perchè si possa evolvere. Trovo decisiva l’interazione tra web e territorio, tant’è che uno dei nostri slogan è “piedi per terra e testa nel cloud”.

Pensi che sia importante l’esperienza di uno scambio di ruoli da parte di un critico? Lo chiedo a te che hai esperienze nel settore. Precisando meglio la domanda credi che ci sia un’ implicita necessità, quasi un’ impellenza interiore, da parte di un critico di fare almeno una volta l’esperienza diretta della scena con un ruolo di attore o regista, per potersi mettere dall’altra parte?

No, stare in scena, per bene, comporta una vocazione. Non è da tutti. Amo essere spettatore, fino in fondo. Con la coscienza piena che il teatro si compie solo nella testa di ciascun spettatore. “Theatron” significa sguardo, non azione.

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