AI CONFINI DEL TEATRO: “SWEET HOME” ALL’EX ARSENALE DI VERONA

Una performance e una installazione a sorprendere il pubblico del Teatro Laboratorio all’Arsenale di Verona il 29 novembre 2013: una doppia sorpresa. La prima ideata e interpretata da Ilaria Dalle Donne che, all’aperto, con una temperatura sottozero è stata buona parte del tempo a torso nudo e quasi immobile, a commentare con le tensioni delle braccia e dei muscoli del corpo evocative immagini che scorrevano su grande video, confrontandosi con un’altra lei, in pose simili, intrappolata nelle stanze di una vecchia casa. Si vorrebbe parlare di memoria in questa performance dal titolo “ Sweet home”: del ricordo di un tempo passato. In realtà ci riescono solo le immagini dei muri screpolati, la desolazione degli interni, pezzi di decorazioni colorate alle pareti , un tempo forse lussuosi, del video di Fausto Caliari; ci riesce l’accompagnamento musicale che va nostalgicamente a tempi andati, non certo l’attrice, nel complesso poco convincente nei contenuti ( ce ne sono?) e nella loro interpretazione con tempi dilatati. Si percepisce una sofferenza psicologica della protagonista nell’esordio di una torta di compleanno a terra, una sofferenza fisica nella gestualità misurata di una muscolatura in tensione, ma non arriva il suo senso e il suo perchè.

Senza preavviso sono stata posseduta dalla memoria che rende viva quella casa” cita la locandina. Per noi spettatori, a giudicare la complessiva risposta di qualche tiepido applauso finale, è rimasta una casa vuota e misteriosa, incapace di comunicare alcunché, oltre ad un respiro di sollievo quando Ilaria Dalle Donne si è finalmente rivestita scomparendo al caldo dell’interno dell’Arsenale.

Anche noi siamo rientrati per la seconda sorpresa. Ci attende “Tabula”, di e con Silvia Costa.

Passiamo rasenti ad un grande tavolo imbandito, ricco di colori e di ghiottonerie.

A malincuore quasi ci sediamo, pensando sia la scena di uno spettacolo. Invece imprevedibilmente ci avvisano che quel tavolo è imbandito per noi: lo possiamo consumare, aggredire, assaggiare, azzerare. L’artefice ci guarda dall’esterno mentre noi, prima timidamente, poi con sempre maggiore sicurezza, mangiamo tutto ciò che ci capita a portata di mano e di occhio.

Avvicino Silvia Costa e le chiedo la ragione di quella messa in scena. Mi dice che è il suo modo di lavorare, che la chiamano in occasione di festival, tra uno spettacolo e l’altro, un tempo/spazio capace di intrattenere piacevolmente il pubblico, che ogni volta si concentra su un tema, che le piace immaginare un tavolo decorato ogni volta in modo diverso per un pubblico che agisce, modifica, distrugge la sua messa in scena.

Visto in questa chiave sembra un intervento interessante.

Di certo stasera la situazione diventa socializzante e si conclude in zucchero, perchè la tavola imbandita è di zucchero e frutta su fondo dorato. Avvicino uno spettatore, uno di quelli che non applaudiva dopo la prima performance. Quando interviene un’altra donna del pubblico ne scaturisce un’emblematica conversazione che riporto:

Io: Vi è piaciuto lo spettacolo? Il primo intendo.

Lui: No. Mi è sembrato che l’attrice non avesse nulla da dire. Questo tipo di spettacoli sono come il Re Nudo. Nessuno ha il coraggio di dire ciò che pensa realmente, perchè ha paura di fare brutta figura, che gli si dica che non capisce nulla.

Lei: Non è questione di piacere. Non sono spettacoli che devono piacere. Si vede e basta.

Lui: Ma non lascia niente. Anche questo buffet cosa vuol dire? Non ha nulla di diverso da quelli che si vedono nei catering.

Lei: Perchè gli altri spettacoli invece cosa lasciano?

Io : Siete del settore?

Lui: No

Lei: Recito in una compagnia amatoriale.

La serata si conclude così, con una pacificazione dei sensi ( ma non della mente), per il piacevole assaggio e l’altrettanto piacevole compagnia.

Emanuela Dal Pozzo

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