SIMON BOCCANEGRA AL TEATRO REGIO DI TORINO

La scelta fatta dal Teatro Regio di Torino , in occasione del bicentenario verdiano per l’inaugurazione della sua Stagione 2013/ 2014 si presentava , come ogni scelta che si rispetti, per molti aspetti stimabile , per altri discutibile.

L’allestimento del “Simon Boccanegra” che Sylvano Bussotti creò per il palcoscenico torinese nel 1979, già ripreso nel 1995, veniva qui riproposto seguendo un’ottima politica culturale ed ‘economica’ che , dal punto di vista prettamente artistico, dà inoltre l’opportunità alle nuove generazioni di veder rivivere sul palcoscenico allestimenti che, al loro nascere, avevano goduto di un grande successo di pubblico e critica.

Bisogna altresì aggiungere che non tutti gli allestimenti sono in grado di essere riproposti oggi, all’interno di una società in cui tutto si è rapidamente mutato e la stessa fruizione dello spazio teatrale ha subito un radicale quanto straniante capovolgimento. La raffinata regia di Bussotti appartiene, a mio avviso, a quella serie di allestimenti che, al loro nascere, potevano destare curiosità ed interesse, ma ad oggi, in cui già tutto è stato fatto e sperimentato, se non supportati da una giusta compenetrazione emotiva ed un più che minuzioso lavoro sui caratteri, rischiano di lasciare ‘il tempo che trovano’.

I contorni dei monumenti simbolo del potere genovese e il loro gioco spaziale in scena così come la perenne presenza del mare, anche attraverso un piccolo scorcio, sono tutti elementi che, in questi ultimi trent’anni, sono stati più volte sminuzzati e scandagliati, in tutte le loro minuziose significanti, in allestimenti più o meno riusciti quali temi portanti della partitura verdiana. Ecco dunque che la raffinata tramatura in pizzo delle quinte, che tutto avvolge e definisce, il sapiente gioco di luci, i sontuosi costumi ( anzi vestiti, come giustamente Bussotti ama definirli) non aggiungono nulla più, sotto il profilo teatrale, a quello che si presenta come un sapiente allestimento dell’opera, letta attraversa la lente della più sofisticata delle tradizioni. Una bella confezione dunque , curata nella fattura , nei materiali e nelle atmosfere (resta affascinante in questo senso l’ultimo quadro del III Atto) ma sempre d’involucro si tratta ed oggi non è pensabile presentare un Simone che si risolva ed esaurisca esclusivamente nella qualità della fattura di scene e costumi , non oggi, quando la partitura è stata accuratamente studiata e ci si continua ad interrogare sulla maniera in cui Verdi debba essere rappresentato e su come lasciare che la parola scenica , che in Simone approda al declamato, diventi essa stessa teatro .

Operazione meritoria ed interessante dunque ma ad un livello più archivistico che scenico , il teatro d’opera, oggi, dovrebbe essere, e soprattutto, comunicare, altro.

Come si sa il ‘ Simone’ necessita di un cast vocale di primo livello : almeno due baritoni / attori, che sappiano cioè scolpire la parola e l’accento con sapienza e grande forza drammatica (Simone Boccanegra e Paolo Albiani) , un basso dalla vocalità lucente e terribile (Fiesco), un soprano dalla morbida e calda vocalità (Amelia) ed un tenore dall’accento vibrante e vigoroso (Gabriele Adorno) . Nulla di tutto ciò, a parte poche eccezioni, si è ascoltato in palcoscenico in data 12 ottobre 2013 e ciò dispiace particolarmente, trattandosi di uno degli Enti italiani più virtuosi.

Le motivazione saranno certo molte e convincenti ma i fatti (anzi le note) parlano da soli.

Ambrogio Maestri , che è il grande professionista che noi tutti conosciamo, mostrava come sempre una vocalità rotonda e piena ed una bella musicalità ma, dal punto di vista interpretativo, si mostrava lontano anni luce dal personaggio di Simone . Più a suo agio in altri ruoli del grande repertorio, Maestri era dunque naturalmente approssimativo nell’accento e nell’espressione dovendo tratteggiare un ruolo che non sentiva e che evidentemente non appartiene alle sue corde interpretative .

Michele Pertusi nel ruolo di Fiesco confermava la nobile vocalità e perfetta morbidezza nella linea di canto ma, senza addentrarci in questioni di ‘peso vocale’, che in Simone possono essere anche accessorie, sembrava anch’egli eseguire un compito a casa, senza una sbavature e in bella calligrafia, ma privo di un tratto personale e distintivo , e questo, per un personaggio dello spessore drammatico di Fiesco, non è accettabile.

Diverso il caso dell’Amelia di Maria Josè Siri che , con la sua vocalità , ha fatto del suo meglio , e con buoni risultati nel complesso , per rendere credibile e teatrale il personaggio di Amelia delineandone le paure , le ansie, gli stupori e le angosce proprie di un animo giovane ed innamorato e, per questo, ci convince .

Gianluca Terranova, meno preciso musicalmente ed a volte un po’ forzato ed aperto nell’emissione , donava però al ruolo di Gabriele Adorno la generosa e giovanile baldanza del timbro insieme ad una ricerca espressiva nel fraseggio comunque apprezzabile.

Perfettamente centrato e sacro alla teatralizzazione del suo ruolo , peraltro centrale nella partitura e motore di ogni azione drammatica nel dramma, Alberto Mastromarino nel ruolo di Paolo Albiani .

Per Mastromarino il testo ed il canto spesso diventano una sola cosa ed in particolari ruoli , come questo, il suo accento e la sua attenzione alla parola scenica e teatrale lo pongono perfettamente in sintonia con ciò che il teatro drammatico verdiano prevede.

Completavano il cast : Fabrizio Beggi (Pietro), Dario Prola (capitano dei balestrieri) e Sabrina Boscarato (Ancella).

Gianandrea Noseda alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio , pur sensibile alle necessità dei cantanti con cui si percepiva una buona collaborazione, stentava a trovare una lettura omogenea dei tempi espressivi, contraendone o dilatandone le variabili con non sempre omogenea continuità .

Professionale il coro guidato dal M° Claudio Fenoglio

Platea gremita ed applausi per tutti gli interpreti salutavano questo allestimento che avrebbe forse meritato, nel complesso, un approccio ben più teatrale .

Silvia Campana

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