ELISIR D’AMORE AL FILARMONICO DI VERONA

Finalmente il Teatro Filarmonico di Verona è sembrato rinascere. Rinascere nella forma , nella sostanza e nell’anima.

Causa di tutto ciò la ripresa di un fortunato allestimento de “L’elisir d’amore” , già presentato nel 2009 che si avvaleva della regia di Riccardo Canessa e dei costumi di Artemio Cabassi.

A volte infatti la scelta di un giusto titolo e di un giusto allestimento può rivelarsi miracolosa per far capire ciò che il pubblico , e non solo quello veronese, vuole.

‘Elisir’ è opera teatrale solo apparentemente semplice in quanto sia in partitura che nel tessuto drammatico si celano numerose insidie interpretative.

La trama, semplice e lineare, si scontra infatti con una partitura raffinata e moderna che in molti casi sembra suggerire strade diverse e più moderne da quelle che il libretto (in questo caso quello raffinatissimo di Felice Romani) indica. Ad esempio il personaggio di Nemorino, descritto dal libretto come “coltivatore, giovane semplice, innamorato d’Adina” che durante l’opera mostrerà di non saper scrivere (“Qua una croce” Atto II sc.III) è descritto in partitura con una raffinatezza melodica ed un lirismo da far invidia a qualsiasi paludato amante tenorile del grande repertorio.

La regia di Riccardo Canessa si rivelava vincente sotto molti profili.

La sua visione impostava il capolavoro donizettiano all’interno di un presepe napoletano, illuminato da una luce che tutto svelava o nascondeva, in cui erano presenti tutte le statuine della tradizione che, a tratti, si muovevano come marionette traendo in alcuni casi (Dulcamara) ispirazione da personaggi popolarissimi (Totò) e creava, all’interno di una visione tradizionale, una tradizione ‘altra’ che tutti ci rappresentava ed univa. I costumi di Artemio Cabassi contribuivano per ricchezza di particolari , precisione ed innata teatralità a completare il quadro scenico in cui gli artisti si muovevano sicuri e ben concertati dall’abile lavoro registico.

La recita cui farò riferimento è quella di martedì 30 aprile2013, ma sul palcoscenico si sono alternati due cast (con tre Nemorini però) che pur con esito naturalmente differente hanno svolto assai bene il loro lavoro. A questo proposito una nota a parte merita il Nemorino di Alessandro Scotto di Luzio che , dotato di un autentico timbro di tenore lirico leggero, bello nel colore quanto musicale e curato nel fraseggio, se saprà studiare con cura, ammorbidendolo nel passaggio e nell’acuto, potrà donarci in futuro più di una bella soddisfazione, ed è quello che gli/ci auguriamo.

Francesco Meli è uno dei tenori del momento e meritatamente. L’artista accompagna infatti un timbro ragguardevole per colore , volume e pastosità ad una sensibile musicalità ed altrettanta curata misura nel dosare colori e mezzevoci. Cifra distintiva di questo artista infatti è, a mio parere, l’intelligenza musicale. Meli sembra conoscere benissimo il suo strumento e riesce infatti a dosarlo con giusta misura per ottenere gli effetti desiderati . Una corona , un fiato rubato , una mezzavoce , una smorzatura, nulla è a caso …. come dovrebbe sempre essere per un serio professionista. Ugualmente in scena delineava un Nemorino simpaticamente fanciullesco dosando, con giusta misura, teatralità e mestiere. Rapito dalla sua tecnica e generosa vocalità, il pubblico, come non si vedeva da tempo, reclamava a gran voce il bis de “Una furtiva lacrima” che il generoso artista non mancava di soddisfare.

Un talento dunque giovane e completo che spero sappia procedere nella sua carriera riuscendo a saltare abilmente le ‘tentazioni’ che il sistema certo gli offrirà.

Serena Gamberoni non mostrava la stessa facilità timbrica e doveva costruirsi il personaggio con più fatica, infatti la sua è una vocalità , assai ben imbrigliata tecnicamente ma dal timbro non tanto omogeneo e che, spesse volte , specie nel registro acuto, tende a perdere un pò d’ omogeneità, allo stesso tempo cantava però con gusto cercando con intelligenza di dosare la sua vocalità con giusta misura.

Dal timbro possente ed interessante ma troppo spesso ‘indietro’ nell’impostazione il baritono Krum Galabov nel ruolo di Belcore mentra Bruno de Simone delineava un Dulcamara scenicamente efficace e coinvolgente.

Completava il cast la Giannetta di Rosanna Savoia.

Il giovane Giacomo Sacripanti, alla guida dell’Orchestra dell’Arena di Verona mostrava giusto vigore , grinta e professionalità dando una lettura della partitura , nel suo complesso , convincente.

Bene il Coro dell’Arena di Verona diretto da Armando Tasso.

Autentico entusiasmo in sala per tutti gli interpreti ed il Direttore …. finalmente!

SILVIA CAMPANA

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