LA GRANDE NEVICATA DELL’85 AL TEATRO SOCIALE DI TRENTO. RECENSIONE.

Piacevolmente gremito il Teatro Sociale di Trento la sera dell 8 gennaio 2022, in occasione dello spettacolo “La Grande nevicata dell’85”, produzione della Compagnia Arditodesio e per la regia di Andrea Brunello, un omaggio ad un decennio epocale, gli anni ’80, visti attraverso il filtro della nostalgia.

In scena Mario Cagol, a raccontare le vicende di quegli anni di una famiglia trentina, spaccati di vita personali che s’intrecciano ad eventi sociali di più ampio respiro, alcuni dei quali drammatici, come la valanga di fango che travolse uccidendole 282 persone, o il dramma del bambino caduto nel pozzo artesiano e i vani tentativi di salvarlo, che tenne con il fiato sospeso davanti alla televisione tutta l’Italia. Un’occasione per raccontare la trasformazione della televisione nel tempo con qualche frecciata critica: “ arrivano i colori… si moltiplicano i canali e le pubblicità… nasce la televisione “del dolore”.

In scena anche Alessio Zeni, che con la sua chitarra e la sua bella voce accompagna l’articolato racconto con le musiche e le canzoni di quegli anni, contribuendo ad immergerci in quelle atmosfere.

Mi incuriosisce sempre il rapporto che l’attore sceglie d’intrattenere con lo spettatore, rapporto non più così scontato dopo le rivoluzioni culturali che hanno trasformato il teatro in questi ultimi decenni, perché spesso questo diventa la firma di una poetica, il manifesto di intenzioni di uno spettacolo, spesso la cifra di un artista o di una Compagnia teatrale, aldilà del testo e della regia dello spettacolo. Una relazione tra attore e spettatore molto più complessa oggi di quanto non lo fosse un tempo, quando i confini tra palcoscenico e platea erano nitidamente tracciati e il confine tra attore e spettatore invalicabile e che oggi, nella trasgressione del limite, nasconde delle insidie: la provocazione si può trasformare in aggressione, la complicità in servilismo, la centralità dell’attore al contrario in autocompiacimento.

In questo spettacolo, dalle scene essenziali- carte da gioco giganti che nella manipolazione dell’attore assumono valenze diverse- che richiamano il “teatro povero”di quegli anni, affidato quasi esclusivamente alle luci, al corpo e alla voce dell’attore e i cui pochi oggetti in scena erano funzionali al testo, prolungamento dell’attore, Mario Cagol, complice il ricco testo variegato e contaminato da dialetti di Pino Loperfido, sceglie la via dell’empatia.

Non è difficile per lo spettatore riconoscersi nel protagonista, nel suo carattere “ trentino” schivo, apparentemente ostile al nuovo e allo “straniero”, ma sotto l’involucro curioso, e la cui profonda umanità emerge intera nel racconto della nevicata dell’85, nella quale si intrecciano i sogni e le speranze del protagonista, diventando il veicolo per uno sguardo al futuro.

Né manca l’inquietudine, un senso di smarrimento che attraversa il racconto, una precognizione onirica che l’innocente umanità di quel tempo, quel modo di affrontare concretamente i problemi guardandosi negli occhi e rimboccandosi le maniche, di condividere il tempo a tavola e in famiglia, se ne siano andati, smarriti nel nostro presente tecnologico, cui solo la memoria può forse ancora contribuire a cambiare.

Lunghi applausi.

Emanuela Dal Pozzo

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