A CELEBRARE LA MORTE A CAPANNORI (LUCCA) L’INSTALLAZIONE CAMERA #5, IL VIDEO DIAMANTI E LA PERFORMANCE LILA- A SYMPHONY ABOUT LIFE AND DEATH. RECENSIONE

foto di Guido Mencari

foto di Guido Mencari

Sabato 7 dicembre, nello spazio multidisciplinare della Tenuta dello Scompiglio di Capannori (Lucca) debutta il nuovo lavoro di Stefano Questorio.

In mostra (fino al 22 dicembre) anche l’installazione Camera #5 e il video Diamanti.

Prima della messinscena dell’ultima performance, LILA – A Symphony about Life and Death, scelta tra i partecipanti al bando Della Morte e del morire per la Stagione teatrale in corso, cogliamo l’occasione per visitare, all’interno della struttura multifunzionale in provincia di Lucca, gli ultimi due lavori (un’installazione e un video) che hanno vinto lo stesso bando nella sezione che potremmo definire di arti figurative.

Nella prima stanza, che si trova nell’ammezzato, scorre in loop il video Diamanti di Miriam Gili, un documentario che affronta il problema della morte e della memoria di colei/colui che ci ha lasciato. Un video dal taglio tecnicistico e un approccio didascalico, che racconta i passaggi del processo di conversione di ciò che rimane dopo la cremazione di un corpo. Le ceneri, grazie a una lavorazione abbastanza complessa, sono convertite in un diamante azzurro – da trasformare ulteriormente, per chi lo volesse, in un anello o in un ciondolo da portare con sé come ricordo tangibile della persona cara. Questa scelta che, in alcuni Paesi – come il Giappone, solo per citarne uno – sta diventando una moda, è per molti, probabilmente, un modo, una possibilità di ridare luce e bellezza a un ricordo – costituito dalle ceneri stesse – che, altrimenti, resterebbe confinato in un’urna, riposta in un qualche angolo della casa o seppellita al cimitero.

Il video non affronta però le diverse letture della medesima scelta e non dà voce a posizioni o emozioni, ma documenta semplicemente la pratica in laboratorio.
Nel seminterrato, due teli di carta bianca precludono l’accesso alla Camera #5 – l’ultima installazione di una serie, firmata da Cecilia Bertoni.

Aldilà dei teli, uno stretto corridoio quasi accecante – con il bianco di cui è rivestito che azzera, contenendoli tutti, i colori – che immette, dopo un passaggio a tinte dorate, in un’ampia stanza. L’oro, va detto, sembra rimandare ai francobolli di stagnola che, in Oriente, sono attaccati quale segno di ringraziamento sulle statue dei Buddha, all’interno dei siti archeologici o dei templi. Mentre la stanza finale ha le pareti ricoperte di nero e ci si muove in una specie di penombra creata da un gioco di fari. Qui, il pavimento è ricoperto da granuli di sale bianco, che scricchiolano sotto i nostri piedi, e che rimandano al non-colore del corridoio. Un contenitore, letto/bara/culla di vetro, si frappone tra noi e un telo ricamato che intravediamo sul fondo dello spazio rettangolare. Questo sembra riportarci al tema della nascita, con sciami di piccoli e rotondi spermatozoi che si dirigono verso corpi stilizzati che costellano l’ampio tessuto, steso con sottili fili rossi.

Due figure, maggiormente in evidenza, paiono amoreggiare – illuminate da una luce soffusa che ne fa risaltare la fattura. Uno sgocciolio di acque ci accompagna sovrastato, a cadenza regolare, da un rombo più profondo – ma di breve durata – che irrompe bruscamente nella quiete della camera pensata da Bertoni.

Un percorso che pare coprire l’intero ciclo vitale – dal quasi utero dell’ingresso sino al nero della morte per poi aprirsi a un ulteriore spazio che rimanda, forse, a una rinascita.

L’intera opera suscita sensazioni di raccoglimento e riflessione.

Nel salone accanto, illuminato anch’esso da un bianco accecante, che rende lo spazio quasi iperrealista, va in scena LILA – A Symphony about Life and Death, uno tra i progetti vincitori del bando Della morte e del morire, indetto nel 2017 dalla Tenuta dello Scompiglio.

Il quadro scenico si compone lentamente – come tutta l’esibizione peraltro – con l’entrata degli artisti singolarmente e diluita nel tempo. Un unico movimento più volte ripetuto, che forse rappresenta la ciclicità di nascita/vita/morte, e che si esplica in una specie di flessione a terra, nel corpo sdraiato e nel successivo rimettersi in piedi dei cinque performer, contraddistingue la parte iniziale e centrale dell’esibizione. Una composizione asimmetrica che lentamente avanza verso gli spettatori accompagnata da una musica elettronica ripetitiva che asseconda i gesti nello spazio – si percepisce quasi un susseguirsi di giorni/mesi/anni che si ripetono uguali a se stessi all’infinito. Mentre la morte, che tutti ci accomuna e ci rende nudi, vede i performer svestirsi per ripetere ancora più e più volte lo stesso identico movimento. A sprazzi, qualche accenno a moti inconsulti o sguardi verso l’alto a interrompere l’esibizione di una lentezza quasi estenuante nella sua uniformità. Il rivestirsi dei performer, sempre a vista, e la ripresa per l’ennesima volta del medesimo susseguirsi di movimenti, sfugge a livello di significato dato che abbiamo già assistito sia alla vita che alla morte. Al termine, i performer si allontanano dalla sala come vi avevano avuto accesso, camminando tra gli spettatori (in parte in piedi e in parte seduti su cuscini a terra o su panche disposte su tre lati).

Poche sensazioni, molti dubbi.

Luciano Uggè
Visto alla Tenuta dello Scompiglio di Capannori (Lucca), sabato 7 dicembre.

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