IL MERCANTE DI VENEZIA IN PRIMA NAZIONALE AL TEATRO ROMANO DI VERONA PER L’ESTATE TEATRALE VERONESE.RECENSIONE.

MARIANO RIGILLONonostante il promettente inizio ( almeno scenografico) di un arco attraversato dal bagliore delle onde, rimando al mare di una Venezia che allarga i propri confini oltre i personaggi e le vicende della storia, questa nuova regia di Giancarlo Marinelli di “Il mercante di Venezia” di William Shakspeare, di Ghione produzioni in collaborazione con Estate teatrale veronese, in prima nazionale non riserva alcuna gradita sorpresa.

L’eterogeneità del cast, con attori di livello diverso, (Ruben Rigillo in Antonio, Francesco Maccarinelli in Bassanio, Francesca Valtorta in Jessica, Antonio Rampino nel Doge di Venezia, Mauro Racanati in Lorenzo, Simone Ciampi in Graziano, Giulia Pellicciari in Nerissa) tra i quali spiccano per credibilità Mariano Rigillo nei panni di Shylock, Romina Mondello nei panni di Porzia e Cristina Chinaglia nei panni di Job, non riesce a catturare a lungo l’attenzione degli spettatori, nonostante una regia attenta a supporti esteriori tesi ad animare le scene, tra dettagli scenografici (scene di Fabiana Di Marco e costumi di Daniele Gelsi), musiche a sostegno, cambi luce ad effetto ( Luca Palmieri) e movimenti di scena che sembrano più appiccicati ai ruoli che espressione motivata del personaggio.PELLICIARI - MONDELLO

In sostanza l’allestimento per le modalità complessive di resa- senza eccessiva cura o ricerca , più preoccupata dell’effetto immediato, disposta a cedere le armi alla banalità piuttosto che ricorrere a linguaggi teatrali più sottili- ci è parso soffrire di mancanza di autenticità.

Lo spettacolo si svolge soprattutto su un piano esteriore, più intento a descrivere che ad essere, compreso il pescaggio dai linguaggi corporei della commedia dell’arte dei quali si prende l’effetto non l’essenza; la drammaturgia si snoda con stanchezza e prevedibilità, smossa ogni tanto dalla bravura ( e questa volta sì reale presenza scenica) dei due protagonisti Shylock e Porzia, coadiuvati dalla simpatia catalizzante di un Lancillotto (Job), d’incertà identità sessuale, capace di far sorridere con la propria disarmante ingenua sincerità.

Ma è troppo poco per reggere e giustificare uno spettacolo, se non intendendolo come estivo intrattenimento per un palato non troppo esigente.

Pubblico plaudente con qualche stanchezza.

Emanuela Dal Pozzo

Visto il 25 luglio 2019

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