L’ANIMA BUONA DEL SEZUAN APRE LA STAGIONE TEATRALE AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA.RECENSIONE

l'anima buona del sezuan 1A dieci anni dalla morte di Leo de Berardinis la Compagnia Le Belle Bandiere dedica al maestro la nuova produzione “ L’anima buona del Sezuan”,in scena al Teatro Sociale di Brescia dal 23 ottobre al 4 novembre 2018, spettacolo che apre la stagione teatrale 2018/19, una coproduzione ctb centro teatrale bresciano/ emilia romagna teatro fondazione in collaborazione con le belle bandiere, testo di Bertolt Brecht, traduzione di Roberto Menin, progetto ed elaborazione drammaturgica di Elena Bucci e Marco Sgrosso, favola per adulti che affronta in chiave sociale il tema del bene e del male.

Noi volevamo una favola dorata

E’ venuta amara, alla fine si è guastata….

Pubblico amato,

pensa allora per te un finale!

Di un’anima buona,

abbiamo un bisogno reale!

Bertolt Brecht

Perchè la storia è semplice: tre dei scendono sulla terra e con il pretesto di cercare alloggio vogliono verificare se sulla terra ci siano ancora uomini “buoni”, capaci di gesti altruistici senza tornaconti personali. Dopo molti rifiuti trovano una giovane prostituta che li accoglie e che dimostra di avere un animo buono e di saper anteporre le esigenze degli altri alle proprie. Le regalano del denaro e di nascosto osservano l’esito di quel dono e le vicissitudini della donna.

Ma il voler far del bene di Shen-Te le si ritorcerà contro tanto da indurla a sdoppiarsi in un personaggio antitetico, vestendo i panni del cugino Shui-Ta, capace di ristabilire l’ordine e a far esclamare all’acquaiolo Wang “ che società è questa che premia il male e punisce il bene!”

Un allestimento estremamente interessante ci è sembrato questo, delle Belle Bandiere, con un cast degno di nota .Tutti bravi gli attori (oltre Elena Bucci e Marco Sgrosso, che ne firmano la regia, è brillata Marta Pizzigallo): Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, e belle le musiche originali eseguite dal vivo da Christian Ravaglioli.

Un’opera teatrale capace di mescolare in modo magistrale i linguaggi, impegnativa sul piano attorale non solo per la lunghezza del suo svolgimento, ma anche per l’energia fisica richiesta ai tanti protagonisti che hanno saputo armonizzare il lavoro del corpo e della parola, con precisione al dettaglio, intensità espressiva e padronanza scenica, mentre le scelte di fondo di regia ci sono parse pertinenti e intelligenti.

La prima di queste la scelta di indossare delle maschere (di Stefano Perocco di Meduna, uno dei migliori nel settore) e di interpretarle secondo una tradizione della Commedia dell’Arte personalizzata (come era forse nello spirito di Leo de Berardinis che amava stare in bilico tra tradizione e innovazione): scelta pertinente con il senso di teatro epico di Brecht, nel quale i personaggi travalicano sempre la propria soggettività per diventare “punto di vista sociale” con cui lo spettatore si confronta, intelligente perchè permette agli attori “mobilità scenica” e accuratezza caratteriale nella individuazione gestuale non naturalistica ma pregna di accenti “di funzione” e di espressione, che aprono alla ricerca di un nuovo alfabeto gestuale, di cui come spettatori abbiamo beneficiato divertendoci.

Altra scelta interessante quella scenografica, sempre di Perocco, che nella sua essenzialità funzionale, senza oggetti od orpelli descrittivi, ma semplicemente delineando spazi scenici precisi, ha dato massimo risalto ai protagonisti e alla dialettica degli avvenimenti- suggestivi i costumi di Ursula Patzac– peraltro senza rinunciare a qualche suggestiva sottolineatura d’atmosfera – aldilà del bel disegno luci di Loredana Oddone– come gli ospiti a nozze avvolti da un identico velo.

Infine, ma ci è sembrata una delle note più interessanti di questo allestimento, la sua coralità, capace di sostenere e dare energia ad ogni singolo interprete, abilmente impegnato anche nella danza e nel canto.

C’è da dire che la continua oscillazione corale/individuale, l’alternarsi dei diversi punti di vista e infine il dinamico sdoppiamento della principale protagonista Shen te e Shui ta ( la  brava Elena Bucci) tengono desta l’attenzione del pubblico, restituendo l’originario senso dei testi Brechtiani, superando peraltro lo “straniamento brechtiano” grazie alla coloritura dei  personaggi in chiave più attuale con maggiore passione e più precise pennellate.

E l’interesse per quest’opera, oggi così desueta grazie ad un Brecht di norma lontano e poco rappresentato, si ravviva perchè ci riporta ad un teatro finalmente corale, con la ripresa di temi filosofico sociali a largo spettro, dopo un ripiegamento, nel mondo delle produzioni teatrali di ultima generazione, verso un io sempre più egocentrico e monologante.

Teatro gremito e lunghi applausi.

Visto il 4 novembre 2018

Emanuela Dal Pozzo

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