KILOWATT FESTIVAL DEL 15, 16 E 17 LUGLIO 2017 A SAN SEPOLCRO. REPORT

Sabato 15 luglio

albeUna giornata dedicata al “disagio del vivere” sembrerebbe questa di sabato 15 luglio del kilowatt Festival , a voler seguire il filo conduttore degli spettacoli in programma visionati, né ci si dovrebbe stupire, visti i segnali di allarme sociali che si levano da ogni ambito.

Fortunatamente, almeno qui e almeno oggi, ci si sforza di superare la lamentela e il disagio nelle tante sue forme, introdotto da un lato dai frammenti sonori delle“Miniature Campianesi” della madrina del Festival Ermanna Montanari, fondatrice e attrice del Teatro delle Albe e guidato dall’altro dal principio ispiratore di questa quindicesima edizione “L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire” tratto da “Il principio di speranza” di Ernst Bloch.

Così pare che finalmente vi sia un superamento, seppur talvolta faticoso, di ciò che sulla scena spesso rimane solo mera trasposizione del reale, atto di denuncia, rimarca di sgradevolezze, errori ed orrori presi dalla realtà con un “copia e incolla” ed un filtro interpretativo ridotto all’osso che pare voglia costringere lo spettatore più a riassistere ad un dejavu che non a portarlo con la mente in varie riflessioni. Almeno ciò è quanto spesso si vede o si è visto in questi ultimi anni , in quel teatro che desidera occuparsi in vario modo della contemporaneità e che non riesce a farsi arte.displace 3

Superamento faticoso dunque, dicevamo, che anche qui non ha sempre dato gli esiti artistici sperati, a cominciare dallo spettacolo in prima assoluta di teatro danza “ Food for Thought”di Displace yourself Theatre (UK) “ realizzato nell’ambito del progetto europeo “Be SpectActive!”, un titolo ambizioso che però non è riuscito ad andare oltre una parziale gradevolezza estetica, soprattutto grazie alle elaborazioni video di Fabric Lenny e che si è rivelato essere più un contenitore di linguaggi e suggestioni di temi lanciati e non approfonditi, piuttosto che uno spettacolo convincente: uno spettro di assaggi: dalla anoressia, alla bulimia, dalla necessità di cibo sano al cibo come “prendersi cura”, fino alle allergie alimentari, dando l’impressione di voler prendere un po’ di tutto senza in realtà prendere in considerazione davvero nulla. Poca chiarezza anche sulle scelte interpretative di linguaggio. Peccato, perché alcune scene di particolare suggestione emotiva e bravura tecnica, se condotte, avrebbero fatto la differenza.

celestiniDecisamente più riconoscibile il linguaggio del secondo spettacolo, l’anteprima nazionale di “Che fine hanno fatto gli indiani Pueblo? -Storia provvisoria di un giorno di pioggia” di e con Ascanio Celestini, monologo commentato in scena dal musicista Gianluca Casadei, che ci restituisce un affresco di alcuni personaggi emarginati , inventati e credibili, nell’intreccio delle reciproche vicissitudini. L’affresco è sapiente, con pennellate che si rincorrono lungo tutto lo spettacolo, ritornelli che riprendono fili, stabiliscono relazioni, ricordano agli spettatori i punti cardinali di riferimento, tanto da dare forma e sostanza ai personaggi evocati, come quello della barbona Domenica, tratteggiata dall’infanzia alla morte, ma la modalità di racconto scelto è scanzonato, a tratti buffo, a tratti ammiccante e dà poco risalto alla profondità emotiva dei protagonisti, nonostante vengano affrontati temi di spessore come la violenza sulle donne o la dipendenza da gioco delle slot machine. Nonostante la delicatezza di tratteggio di alcuni momenti, come ad esempio il rapporto tra realtà, desiderio e memoria di chi come Domenica vive in una dimensione ai margini e ha del valore degli oggetti una percezione assolutamente personale e poco socializzabile, lo spettacolo rischia però di restituire flash o fumetti più o meno gradevoli, togliendo quella carica eversiva alla drammaticità insita nelle figure raccontate e che forse sarebbe rimasta maggiormente scolpita nell’esperienza dello spettatore.amendola

La vera sorpresa è il terzo e ultimo spettacolo della giornata, peccato ad ora tarda e quindi parzialmente penalizzato: “Nessuno può tenere baby in un angolo”, per il bel testo di Simone Amendola e la notevole interpretazione di Valerio Malorni, la storia di un femminicidio vista dal punto di vista maschile. Il corpo di una donna senza testa viene trovato dietro la pompa di una benzina e tutti gli indizi portano al benzinaio quale autore materiale del misfatto. Il lungo ed appassionante monologo del benzinaio, stretto tra la negazione della propria coscienza e l’interrogatorio della polizia, attraversa tutti i possibili stati d’animo immaginati nella ricostruzione a più riprese di questo inquietante giallo, dal senso di frustrazione agli attacchi di collera infantili , dall’inadeguatezza nei confronti della vita fino alla rimozione dalla coscienza prima della consapevolezza e della disperazione finale.

Un bell’esempio di rielaborazione originale e coraggiosa di un tema attuale ma poco indagato dal punto di vista del carnefice e ottimamente condotto da un Malorni capace di attraversare diversi registri portando con sé lo spettatore per l’intero spettacolo.

Domenica 16 luglio

Addentrandosi maggiormente negli umori di questo festival si comincia a respirare l’aria di accoglienza e di apertura certamente voluta dalla Direzione artistica di Luca Ricci, promossa da iniziative ed accorgimenti che non lascia solo fare al caso: in fondo nei soli tre luoghi in cui avvengono gli spettacoli ci si troverebbe tutti comunque e la possibilità d’interagire è assicurata.

In realtà anche i momenti di pranzo e cena convogliano tutti gli invitati al Festival, artisti, operatori culturali, organizzatori del Festival e critici, in uno stesso luogo che cambia ogni giorno e che, rimanendo aperto anche al pubblico, consente anche ad eventuali curiosi di interagire con il Festival ed i suoi protagonisti.

Probabilmente la nota distintiva di Kilowatt Festival, già caratterizzata dal progetto europeo Be SpectaACTive , con il coinvolgimento di realtà ed istituzioni di 9 nazioni e la creazione di 34 gruppi di spettatori attivi in otto città europee (quello di Sansepolcro vede 31 cittadini impegnati nella selezione di 9 spettacoli da inserire nella programmazione del festival ) è proprio questa apertura all’altro, addetto ai lavori o spettatore, in un momento in cui in altri luoghi molti Festival teatral/interdisciplinari finiscono per diventare o Rassegne di spettacoli mascherate, o vetrine di nicchia per soli addetti ai lavori e non interessate ad un coinvolgimento di pubblico più ampio o, ancor peggio, un modo per cercare finanziamenti senza un’idea artistica forte fondante.

Venendo agli spettacoli della giornata, introdotti da un interessante dibattito incontro/scontro aperto a tutti sui temi affrontati dallo spettacolo Maryam del Teatro delle Albe, che ha suscitato critiche sia in ordine alla sua conduzione artistica che ai suoi contenuti, in particolare alle ambiguità che possono nascere nella commistione tra religione e politica, il quadro non sembra, per questa giornata, altrettanto fruttuoso nei due spettacoli teatrali visionati: “La lotta al terrore” di CapoTrave e “Kotekino Riff” di Andrea Cosentino.

capotraveLa lotta al terrore” di Lucia Franchi e Luca Ricci, con in scena Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, nei panni di impiegato, vicesindaco e segretario comunale cui viene richiesto di fronteggiare una storia di terrorismo dei giorni nostri, se ha il merito di chiamare in causa in prima persona ognuno di noi, con l’interrogativo implicito: “ Cosa faresti tu se ti trovassi in una situazione simile?” non ha la stessa forza sul piano interpretativo.

Lo spettatore si incuriosisce più che coinvolgersi nella catena di reazioni impreviste e assolutamente credibili di pregiudizi e paure legate alla situazione problematica. Forse la scelta di un linguaggio teatrale più diretto e meno formale avrebbe fatto la differenza. O forse la scelta di rimanere su un piano distaccato, sancendo il confine tra spazio scenico e platea, è stata una scelta meditata, per permettere allo spettatore di entrare più nei meccanismi e nella mente dei protagonisti che condividerne l’angoscia.

kotekino riff - ph teatro akropolisLo spettacolo “ Kotekino riff” invece di e con Andrea Cosentino sembra essere un manifesto “contro”: contro il senso del fare teatro, contro la prevedibilità dei tanti linguaggi teatrali e la loro scarsa efficacia comunicativa, contro la figura stessa dell’attore, colui che veste i panni di altri e prende in prestito una voce diversa per farsi pagare dal pubblico, infine contro lo spettatore, simbolo di uniformità dilagante, facilmente manipolabile dal palco e incapace di risposte originali personali. Un “non spettacolo” che però, a parte gli ultimi dieci minuti in cui si condensa il tutto in chiave stavolta sì teatrale, non riesce ad arrivare, a condurre, a stupire o a divertire, nonostante la padronanza tecnica e la scioltezza dell’attore, e nel quale i luoghi comuni utilizzati consapevolmente finiscono per ritorcersi contro lui stesso, intrappolandolo in un circolo vizioso dal quale Cosentino non sembra uscire. Una riflessione sul teatro e la sua vacuità oggi? Forse, ma qualcuno si annoia e abbandona

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Lunedì 17 luglio

Due gli eventi da segnalare in questa giornata: lo spettacolo teatrale “Monopolista” di Quotidiana.com e l’esperienza immersiva “The invisible city” di Daniele Bartolini.

Il duo di Quotidiana.com Roberto Scappin e Paola Vannoni con lo spettacolo “Monopolista” in anteprima nazionale continua la propria ricerca sui linguaggi e i comportamenti umani. Contraddizioni e banalità che emergono dal lessico quotidiano, spesso capace di metterli in luce quasi casualmente.

In questo spettacolo viene preso di mira il binomio soldi/successo ed in particolare quel percorso “educativo interiore” spesso inconsapevole che ci plagia fin dall’infanzia. Cosa c’è di più innocente di un gioco di gruppo come Monopoli? Lo spettacolo mira a svelare i reali contenuti sottesi durante le tappe del gioco per poter vincere: una vittoria che viene alimentata dall’ambizione, che incita al potere, alla speculazione, alla sopraffazione.

Accattivante il momento iniziale, simile al lancio di un gomitolo agli spettatori, che rimarranno legati a quel filo durante tutto lo spettacolo, per coerenza di drammaturgia , nonostante la sua esilità a tratti, fragilità che andrebbe irrobustita nelle prossime messe in scena. Identica coerenza nell’originalità del linguaggio scelto, tratto distintivo della poetica di questa compagnia, che lascia il segno.

Particolare il secondo spettacolo per cinque spettatori alla volta “The invisible city”, per l’ideazione, regia e drammaturgia di Daniele Bartolini, studiato in modo che ognuno dei cinque spettatori diventi uno dei protagonisti della storia. Protagonisti al buio, pronti a vivere un’avventura “straordinaria” di gruppo, cui viene richiesto di mettersi in gioco, di svelarsi e di ascoltare l’altro, di cocostruire, di vivere una situazione imprevista con sconosciuti da sconosciuto, fuori dalle etichette, dai ruoli sociali personali, dalle identità socialmente condivise.

Un gioco per adulti ma anche una prova bella e liberatoria, pedagogicamente “ da copiare” per la ricchezza degli input e delle riflessioni personali cui inevitabilmente conduce, particolarmente adatta oggi a tutte le generazioni.

Emanuela Dal Pozzo

 

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