IL VIAGGIO A REIMS CHIUDE LA STAGIONE LIRICA DEL FILARMONICO DI VERONA. RECENSIONE

2017_0518_16164200Si presentava come un’occasione persa la nuova edizione de “Il viaggio a Reims” di G. Rossini prodotta dalla Fondazione Arena di Verona in chiusura della Stagione Lirica 2016/2017 al Teatro Filarmonico di Verona.

Se è vero infatti che ‘squadra che vince non si cambia’ dovrebbe essere altrettanto sacrosanto che prima di fischiare l’inizio dell’incontro si controllino sempre tutti i giocatori e non si diano per scontate troppe soluzioni. In questo particolare caso l’ottimo esito de “Il barbiere di Siviglia”, presentato due anni fa, faceva giustamente presagire un’operazione altrettanto fresca, arguta e frizzante, specie a contatto con una partitura che vive proprio di momenti musicali effervescenti che trovano, in un intreccio sostanzialmente inesistente, quell’evanescente levità che in palcoscenico dovrebbe essere viva e palpabile.

Il testo del libretto di Luigi Balocchi diviene infatti in quest’opera mero pretesto per arditi ed aerei scontri timbrici e d’accento e la parola diventa gioco, perdendo spesso la sua stessa profondità espressiva; giocare dunque proprio su questa, rendendola di fatto protagonista della linea registico-narrativa, poteva rivelarsi come un pericoloso passo falso.

Le divertentissime e ricercate animazioni di Joshua Held, sapientemente coadiuvate dalla regia di Pier Francesco Maestrini, venivano in questo senso a sovrapporsi allora ad un testo che vive e trova la sua forza nel ‘non sense’ dandone una lettura didascalica che si risolveva in una serie di ‘gag’ che nulla avevano da spartire con la sottile arguzia ed ironia del pesarese, ma che interpretavano la pièce in una chiave umoristica che banalizzava troppo spesso le situazioni, portando ad una comicità sostanzialmente grossolana e ricca di allusioni scontate che, onestamente, lasciavano perplessi e che erano state completamente assenti nel precedente ‘Barbiere’, nel quale il tratto grafico ed il cartoon era stato usato per interagire e non ‘coprire’ la partitura.2017_0518_16193100

Sostanzialmente bene il giovane cast impegnato in palcoscenico.

Francesca Sassu nel ruolo di Madama Cortese esibiva una vocalità interessante e sostanzialmente corretta nelle agilità, così come Marina Monzó quale Contessa di Folleville che alternava giusta vocalità ad una recitazione brillante.

Il tenore Xabier Anduaga brillava per timbrica squillante e sicurezza nella tessitura acuta nel ruolo del Cavalier Belfiore e ben si distinguevano per corretta professionalità Giovanni Romeo quale Trombonok e Marko Mimica come Lord Sidney, così come Raffaella Lupinacci nel ruolo di Melibea.

Ottima sotto ogni profilo la Corinna delineata da Lucrezia Drei in cui sospiro ed accento si accompagnavano mirabilmente.

Non perfettamente centrati invece il Don Profondo di Alessandro Abis e il Conte di Libenskof del tenore Pietro Adaini.

Completavano il cast: Alessio Verna (Don Alvaro), Alice Marini (Maddalena/Modestina), Stefano Pisani (Don Luigino/Zefirino), Omar Kamata (Don Prudenzio), Francesca Micarelli (Delia) e Stefano Marchisio (Antonio).

Sostanzialmente a posto il Coro (pur ‘soffocato’ dentro costumi e maschere di non così felice ideazione) diretto dal Maestro Vito Lombardi .

Pur attentamente calibrata e misurata negli intenti, la direzione del Maestro Francesco Ommassini non convinceva pienamente, a causa di una lettura della partitura che soffriva non tanto per un rallentamento dei tempi, che nulla toglie alla brillantezza e ricchezza cromatica dello spartito, quanto piuttosto per un appiattimento nella lettura dinamica che toglieva agli accenti la giusta pregnanza teatrale, fondamentale proprio in questa particolare partitura.

Teatro gremito ed applausi per tutti gli interpreti ed il Direttore.

Verona, 25/05/2017

Silvia Campana

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