ROMEO E GIULIETTA AL TEATRO ROMANO DI VERONA. RECENSIONE.

preziosi_follettoIn questa Estate Teatrale Veronese, tutta dedicata al genio di Shakespeare nel quarto centenario della morte, si colloca anche il terzo titolo di prosa al Teatro Romano, “Romeo e Giulietta”, coprodotto con Khora. Titolo che, dato in prima nazionale nella traduzione di Salvatore Quasimodo (la stessa alla quale si attinse nel 1948, quando l’avventura teatrale shakespeariana in riva all’Adige ebbe inizio), non ha mancato di presentarsi con interessante originalità, merito, soprattutto, della intelligente rilettura firmata dal regista Andrea Baracco, scevra da retorica e vetuste incrostazioni, senza per questo cadere in eccessi stravaganti e incoerenti di una forzosa modernità, anzi. 

Recuperato l’uso truculento della rappresentazione in scena di violenze e ammazzamenti con l’inserimento di brani cantati e strumentali eseguiti dagli stessi attori (appropriate le musiche di Giacomo Vezzani); come pure quello di far attendere, seduti in scena, i teatranti nelle pause tra le rispettive uscite.

Nello specifico, all’interno delle due case trasparenti (create dalla scenografa Marta Crisolini Malatesta) delimitanti lo spazio aperto nel quale si svolge principalmente l’azione, e recanti scritto il nome delle famiglie rivali, oltre ad altre frasi che, con vezzo concettuale e memoria d’epoca, si aggiungono e si cancellano con il procedere della storia, questa contaminazione di modernità e tradizione è ripresa, inoltre, nei costumi di Irene Monti, mentre l’omaggio al Bardo è ulteriormente sottolineato dalla recita in inglese del prologo e dall’esecuzione in lingua originale di un canto.

Una storia enfatizzata, soprattutto, nella sua componente tragica e violenta, dove anche l’uso, talora gridato, della voce assume una sua valenza in tal senso; del pari di certe volgarità di approccio tra i personaggi o il loro modo grottesco di presentarsi.

Capuleti (Woody Neri) accoglie gli ospiti della festa nella sua casa come uno showman televisivo, e la festa stessa si connota come un evento da discoteca, sottolineato anche dalle luci di Pietro Sperduti, incisivamente usate in tutto il dramma; la Balia (Elisa Di Eusanio) decade al ruolo di mezzana; Romeo scatena la sua furia in un improbabile assolo alla chitarra elettrica; Giulietta non lesina spintoni… E il contesto di acre scontro politico sfocia, in mera tragedia borghese causata da beceri “valori” mercantili e utilitaristici. lucia_lavia

Ma se pur caratterizzata da tanto disinvolta attualizzazione, l’ottima regia di Andrea Baracco conferisce al tutto una nobile dignità tragica. A partire, nell’ambito di una coralità attorale ben coesa, dalla Giulietta della bella e brava Lucia Lavia, che forgia una giovanissima Capuleti consapevole e determinata — quasi una fredda pianificatrice — di plastica drammaticità; affiancata da un irruente e scapestrato Romeo, governato da un’irrefrenabile impulsività che gli fa repentinamente cambiare l’oggetto delle sue brame amorose, divenendo dapprima involontaria causa e poi egli stesso autore di omicidi, al quale il non meno valido Antonio Folletto conferisce

inedito spessore.

In tal modo caratterizzata, si potrebbe supporre una coppia di poco probabile tenuta nel tempo. Ancor meno nell’eternità. Pertanto non stupisce quando, alla fine riuniti nel sepolcro dopo tante peripezie, ben lontani dallo scambiarsi affettuose tenerezze o abbandonarsi a disperato dolore, si concedono il rilassante piacere di una sigaretta fumata insieme prima di adempiere ai rispettivi rituali di morte.

preziosiCosì Mercuzio arricchisce di sfumature insospettate la sua amicizia con Romeo, trovando in Alessandro Preziosi i giusti accenti insinuanti, aggressivi, allucinati (affascinante, rivisto in quest’ottica, il monologo della regina Mab) di un sodale più grande e, a suo modo, affezionato e protettivo.

Ineccepibili, nei rispettivi ruoli rivisitati, anche tutti gli altri.

Unanime il consenso del pubblico.

Possiamo definirla la degna conclusione di una rassegna monotematica coraggiosa e innovativa, che certamente si ricorderà. Anche se non mancheranno riserve e obiezioni. Ma se no, che gusto c’è?

Franca Barbuggiani

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