LA TRAVIATA DEL TEATRO FILARMONICO DI VERONA.

Il celebre e celebrato allestimento de “ La Traviata “ creato nel 1992 da Henning Brockhaus con Josef Svoboda per il suggestivo spazio aperto dello Sferisterio di Macerata ha goduto e gode tutt’ora di una felice e contemporanea realtà scenica che lo porta ospite in molti spazi teatrali nazionali ed intenazionali .

Il motivo di questa fortunata longevità teatrale è dovuto a molti fattori il primo dei quali è da ricercarsi in quella fortunata combinazione che associando ad un profondo studio della partitura una sapiente intuizione registica, coglie il nocciolo del dramma riuscendo ad amplificarne la significante rendendolo universale e immediatamente fruibile al pubblico tramite quella semplice immediatezza che sempre accompagna le regie illuminate.

L’interpretazione di Brockhaus e Svoboda , imperniata sull’aspetto sociale della partitura e sulla sua sostanziale contemporaneità , trova così veicolo ideale nell’uso dello specchio : lo specchio riflette e rimanda spietatamente la nostra immagine , definito , tagliente non consola, non copre non interpreta … riflette e , se lavorato diversamente , può deformare i contorni facendoli diventare proiezione di un universo onirico in cui la realtà può assumere i tratti di un grottesco fantasma .

Così è uno specchio a dominare l’allestimento , uno specchio che sollevandosi ci svela il suo trucco e che, mano mano che il dramma procede, cambia rifless , proporzione, si anima o si spegne fino a rifletterci tutti al termine inglobandoci in una storia, quella di Violetta, contemporanea, allora come oggi.

Naturalmente, in più di vent’anni di vita, lo spettacolo si è modificato ed adattato ai diversi spazi scenici e per la sua presentazione al Teatro Filarmonico di Verona si avvaleva dei sapienti costumi di Giancarlo Colis e delle teatrali, sobrie e raffinate coreografie di Valentina Escobar.

Impegnato in palcoscenico un cast composto da giovanissimi interpreti che hanno, nel complesso, affrontato con diligenza la temuta partitura verdiana.

Il giovane soprano Francesca Dotto, pur attivo da pochi anni sui nostri palcoscenici, si è posto subito in bell’evidenza per indubbia teatralità ed interessante timbrica.

La sua è una Violetta che complessivamente ci ha convinto, nonostante la sua vocalità non sia ancora così robusta da affrontare con la dovuta disinvoltura tecnica la partitura che in molti momenti necessita di una vocalità eclettica e soprattutto (senza disquisire sul tipo) matura. Ciò che ha funzionato invece fin dall’inizio nella sua interpretazione è stata proprio la precisa caratterizzazione che l’artista donava al ruolo. Davvero giovane, dunque rabbiosa, impulsiva, determinata ma ugualmente a tratti superficiale, ingenua e sperduta la sua Violetta è un ritratto di donna che la cantante sa cesellare assai bene con una curata sensibiltà al fraseggio ed all’accento. Il ruolo così cresce Atto dopo Atto (come infatti drammaturgicamente deve fare) ed il personaggio che troviamo nel III nulla ha da spartire con l’impalpabile e fragile figurina che abbiamo incontrato nel I ; Violetta è maturata con l’esperienza , il sacrificio e la malattia e con disperata determinazione canta la sua rabbia verso quella vita che l’ha tradita (“Gran Dio morir si giovane”) e sarà la malattia a rapircela infine, non il suo animo. Dunque un’interpretazione convincente ma che necessita, per esserlo completamente, di una maggior sicurezza e maturità tecnica che il tempo , certamente, porterà.

Il giovane tenore Antonio Poli pur possedendo un timbro interessante, dal bel colore e smalto, non riusciva convincente nel ruolo di Alfredo non tanto per grossi problemi tecnici ( ma dovrà acquisire omogeneità e maggior morbidezza con la maturità) quanto per un troppo superficiale lavoro su accento e fraseggio che, non smetterò mai di ripeterlo, nel melodramma (specie quello verdiano) ha quasi lo stesso valore della schietta vocalità, ma le qualità per crescere artisticamente ci sono tutte.

Non particolarmente in serata il baritono Davit Babayants che, pur concentrato su di un’interpretazione nel suo complesso interessante, non riusciva ad imbrigliare in modo corretto la sua davvero rilevante vocalità che, in più di un’ occasione, sfociava in un ‘emissione opaca e troppo concentrata su suoni aperti o troppo sfogati; resta comunque un giovane artista di valore che spero possa presto tornare ai suoi abituali livelli.

Completavano il cast : Elena Serra (Flora) , Alice Marini (Annina), Antonello Ceron (Gastone), Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Dario Giorgelè (Marchese d’ Obigny), Gianluca Breda (Dottor Grenvil), Francesco Pittari (Giuseppe) e Romano Dal Zovo (Domestico/Commissionario).

Impegnato in una lettura molto personale e dettagliata il M° Marco Boemi guidava l’Orchestra della Fondazione attraverso la ricerca di alcune raffinatezze esecutive che, viste nel loro complesso, portavano ad un’esecuzione pulita ed omogenea della partitura.

Teatro Filarmonico gremito ed applausi per tutti gli interpreti ed il Direttore.

Verona. 29/01/2015

SILVIA CAMPANA

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