“BUTTERFLY AL TEATRO CARLO FELICE DI GENOVA”

Interessante scommessa quella giocata dal Teatro Carlo Felice di Genova in occasione della rappresentazione di un nuovo allestimento di “Madama Butterfly” durante la corrente Stagione 2013/2014. Una scommessa che si è principalmente giocata su di un’intuizione felice che si concretizzava nella scelta di proporre al pubblico genovese la seconda versione dell’opera che , fischiata in prima a Milano nel febbraio del 1904 veniva ripresentata dopo soli tre mesi al Teatro Grande di Brescia con una partitura già parzialmente modificata che , pur mantenendo ancora alcuni aspetti della ‘prima’, racchiudeva già in sé quello slancio più drammaticamente coinvolgente che ne avrebbe segnato il trionfo in quello stesso teatro e poi a Torino dove fu presentata nella sua versione definitiva nel gennaio del 1906.

Originariamente l’opera di Puccini tradiva in maniera inequivocabile la sua fonte teatrale ed ancora nella versione di Brescia sono presenti tempi narrativi più lenti e concentrati su di un gioco abbastanza superficiale di caratteri; Pinkerton infatti (pur in parte redento dall’inserimento della romanza del III Atto “Addio fiorito asil”) mantiene il ruolo di superficiale e gretto luogotenente della Marina americana, presente nella prima edizione, e Butterfly , contornata dal suo universo di carta colorata guidato dallo zio Yakusidè, non riesce ad liberarsi da un ruolo che ancora la inchioda a terra impedendole il forte scatto emozionale che la renderà grande protagonista nella terza edizione.

Ciò si evince in particolar modo dal testo del libretto che in molti punti risolve la statura drammatica del personaggio facendo un più diretto riferimento al suo passato (“… e abbiam fatto la ghesha per sostentarci””) come nell’aria del II Atto (che diventerà nella versione definitiva “Sai cos’ebbe core “) dove il libretto perfettamente trasmette, veicolandone la disperata esasperazione, la sofferenza di Cio-Cio-San e che a Brescia risultava come un racconto doloroso in cui ella immagina la sua desolata vita come ghesha costretta a portare con sè il piccino (“… udite, udite la bellissima canzon delle ottocentomila divinità vestite di splendor” ) situazione che nella versione definitiva ella rifiuta (“No! No! questo mai! questo mestier che al disonore porta! Morta! mai più danzar!”) la chiave drammatica verrà dunque rovesciata ed il personaggio di Cio-Cio-San ne risulterà più drammaticamente empatico e coinvolgente; stessa cosa accadrà anche nel finale dell’opera ov’ella praticamente dichiara a Suzuki la sua intenzione sempre servendosi della sua tradizione (“Sai la canzone? “Varcò le porte, prese il posto di tutto, se n’andò e nulla vi lasciò, nulla, nulla, fuor che la morte”) mentre nella versione finale il tutto sarà tagliato da un’ asciutto, diretto e tragico comando.

Interessante dunque notare, ascoltando il percorso fatto da Puccini, quanto la teatralità un po’ strumentale ed efficace del teatro di Belasco (autore, da un soggetto di John L. Long, del dramma “Madama Butterfly) lo avesse in principio prevalentemente influenzato per poi arrivare a Torino sostanzialmente abbandonato nella sua traccia originale seguendo un percorso più immediato e che dona alla protagonista un maggior peso drammatico ed emozionale.

Ci sarebbero mille altre cose da sottolineare nel dettaglio ma ciò che sostanzialmente è importante ribadire è che questa versione di Brescia dovrebbe essere vista e rivista mille volte , non tanto per ribadirne l’inferiorità rispetto a quella definitiva ma per approfondire ancora maggiormente la sofferta genesi della partitura sotto un profilo marcatamente teatrale e questo , oltre l’approccio musicologico, solo l’esecuzione dal vivo può donare.

La regia, presentata al pubblico genovese da Daniela Dessì, parte dall’impalpabile e asciutta scenografia di Beni Montresor, caricandola però di una serie di contenuti che, più o meno condivisi, tracciano un cammino coerente e articolato. La Dessì segue con intelligenza il libretto di Illica e Giacosa muovendo bene le masse e lavorando con attenzione sugli interpreti, concedendosi solo alcune rilevanti e ben motivate variazioni ; Cio-Cio-San non morirà infatti come una giapponese ma come un’americana, tagliandosi la gola con il pugnale recatole da Suzuki (particolare non teatralmente convincente) dopo aver stesa sotto di sé, quale simbolico sudario , la bandiera americana evidenziando così una scelta di campo totale, una rottura estrema verso una tradizione rinnegata fino all’ultimo e suggellata col sangue.

Daniela Dessì, nonostante il protrarsi di una brutta bronchite, ha offerto altresì una prova di grande spessore espressivo.

La sua teatrale vocalità non tratteggia la solita figurina di porcellana cui una certa tradizione (assai dura a morire) ci ha abituati, scheggiata e poi uccisa dalla superficialità di un amore ma una donna che la seconda versione dipinge bene nelle sue origini (“Non piangete, signore, io sono avvezza ad ogni peggior cosa”) una donna forte, che ha ricoperto il ruolo di geisha per anni per ‘sostentarsi’ , una donna che ha subito il dolore e le conseguenze sociali di un pesante lutto, una donna che i parenti deridono perché sposa un americano, dunque diversa, una donna che sa non piegarsi alle convenzioni che la vogliono sposa di Yamadori, una donna che non rinnega la sua scelta fino in fondo e che sceglie una morte ‘teatrale’ studiata e ad effetto (“a lui lo potrò dare se lo verrà a cercare”) affinché il suo sacrificio ed il suo dolore siano globalmente percepiti e diventino universali , una donna coraggiosa e moderna che, come tante, oggi come allora, l’amore ferisce, umilia , lacera , lasciando ferite profonde e tragiche conseguenze. Brava.

Non bene invece il Pinkerton di Fabio Armiliato che, forse ancora affaticato dalla recentissima influenza che ha funestato la ‘Prima’, non ha risolto il personaggio con la consueta professionalità.

Stefano Antonucci ben risolveva scenicamente il personaggio di Sharpless riuscendo a metterne in evidenza le caratteristiche più prettamente teatrali e vocalmente , nonostante a tratti sembrasse risentire di una fonazione che specie nel registro acuto tendeva a svuotarsi di armonici, delineava, nel suo complesso, professionalmente bene il suo ruolo.

Renata Lamanda tratteggiava vocalmente e scenicamente un ‘ottima Suzuki in cui sempre parola e suono venivano usati con efficace immediatezza e teatralità.

Ottimo sotto ogni profilo il Goro perfettamente delineato da Enrico Salsi.

Completavano il cast: Silvia Pantani (Kate), Christian Faravelli (Bonzo), Roberto Maietta (Yakusidè), Claudio Ottino (Yamadori/Commissario Imperiale), Ricardo Crampton (Ufficiale del registro), Marta Mari (Madre di Cio-Cio-San), Mila Soldatic (la Zia), Maria Teresa Leva (la cugina) e Francesco D’Arrigo (Dolore).

Belli i costumi prodotti artigianalmente dalla sartoria di Alice Montini.

Nel complesso positiva la prova del M° Valerio Gallo alla guida dell’Orchestra genovese, che nonostante numerosi problemi d’ intesa con la Sig.ra Dessì, ha dato un’ interessante lettura della partitura mettendone in evidenza, con misura, la trascinante teatralità ed il Coro del Teatro Carlo Felice diretto dal M°Pablo Assante.

Sala quasi piena e grande successo di pubblico per questa seconda scommessa , sostanzialmente vinta , dell’Ente genovese che speriamo possa proseguire con uguale grinta ed energia.

Genova, 02/03/2014

SILVIA CAMPANA

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