“HAI BISOGNO DI QUALCOSA?”

Appena chiuse le palpebre si voltò ed incontrò con gli occhi il dondolio di una campana che scivolava lungo la via, sospesa sopra la sua testa. Tese il braccio verso l’alto e guadagnò terreno con impazienza. Spense con le labbra la sigaretta e vi chiuse sopra la mano stretta a pugno, salutando tra le ciglia l’ultima automobile che sfrecciava sull’asfalto bagnato. Così schizzato d’acqua sfiorò annebbiato una pozzanghera e vi si specchiò. Si ravviò i capelli ritti sull’orecchia e, in un gesto ampio, lasciò sospesa a mezz’aria l’idea di incamminarsi verso casa. Si incamminò invece verso la ferrovia, guardando dritto davanti a sé, seguendo la linea delle rotaie coi piedi e contemporaneamente con gli occhi e le orecchie in agguato. Mentre camminava via via più veloce sollevò per un attimo la scarpa a mezz’aria e guardò la punta con la coda dell’occhio, pensando alla noia della sua casa, alle urla degli inquilini di sotto, che l’avrebbero colto di sorpresa, come ogni volta, al terzo gradino della seconda scala. Incrociò invece una donna frettolosa che lo lasciò stupito proprio mentre, con una gomitata, lo urtava facendogli perdere l’equilibrio. Proprio nello stesso istante un ranocchio gli saltava sulle punte delle dita, fino a farlo indietreggiare inorridito, il rombo del treno si avvicinava, la valigia della signora si apriva, lasciando intravvedere numerose bottiglie di whisky di marca scadente. Tese l’orecchio verso il canto di un uccellino che aveva allargato le ali per spiccare il volo, si chinò in avanti, portando il peso sulla gamba destra, e quasi si lasciava cadere se la signora non gli avesse additato qualcosa a gran voce e se egli non avesse mutato il suo gesto ed il suo ripiegamento proprio assecondando l’intenzione della signora, mutando lo sguardo in direzione del suo dito, stupito ed imbarazzato. Così assorto il suo piede urtava qualcosa di morbido ed in un balzo di spavento si trovò tra le braccia di colei che, mollata la valigia per terra, lo guardava esterrefatta. I suoi occhi piombarono sui capelli ossigenati della signora proprio in corrispondenza della screziatura in mezzo, all’altezza di un ciuffo di capelli più alto, grigio, ed il suo naso si posava quasi all’interno della sua pupilla destra, dimodoché, per un attimo, ebbe la percezione di non riuscire più a trattenere il suo peso e la mancanza di equilibrio lo fece franare. Il suo corpo, con malcelata inibizione, si rivelò int utta la sua mole. Poggiato così rovinosamente sul petto della signora dette in un’esclamazione soffocata:”… Lei, signore, dovrebbe stare più attento!”

Affinò lo sguardo per mettere a fuoco colei che osava tanto, quasi aprì la bocca per parlare, ma, posato l’occhio sulla valigia e precisamente sulla bottiglia di whisky che vi affiorava, reagì distrattamente e, spostato l’equilibrio sullo stomaco, a testa alta, allungò gli occhi lungo un campo visivo che gli permettesse di escluderla. Alzò le spalle con aria di sufficienza, ma quel movimento gli richiamò immediatamente una strana sensazione dolorosa al ginocchio destro che, proprio allora, appena sollevato, rimaneva in equilibrio solo in accordo con la volontà.

Controllò la presenza del cappello sulla testa, lo abbassò un poco sulla fronte, ritrovò il suo ciuffo di capelli ancora intatto lungo una pozzanghera e s’incamminò con passo malfermo eppur veloce. Attraversò un campo. Appena svoltata la curva s’accorse che il cielo, prima incupito, andava riempiendosi di una fitta cortina di nebbia. Più avanzava, più la strada esile s’accorciava davanti a lui, più i suoi occhi procedevano alla cieca. Si toccò istintivamente la piega dei pantaloni. Rialzò il bavero della giacca e la sua figura s’incupì in una massa di colore compatta. La corrente che gli proveniva di fronte lo circondava e lo compenetrava: una marea che s’asciugava dentro le sue stesse dita. Riassorbì tutto. D’un tratto il cielo schiarito lo asciugò con un sottile alito di vento che scompigliò nuovamente le pieghe dei pantaloni, rivolte verso una spiaggia vuota di sabbia fine. Vide lontano lo specchio della propria immagine. Tutto tacque in una stasi assoluta palpitante. Piombò in un gran silenzio. Lo raccolse qualcuno col calore degli occhi ed insieme ripresero la strada. Non si stupì. La strada era una e tutto procedeva lungo una stessa direziono. Tutto pareva immobile. Alzò gli occhi. Le gambe continuarono a procedere da sole. Si voltò indietro.Vide solo l’orma dei suoi passi sulla sabbia. Tutto scompariva senza tracce richiudendosi tra le dune. Guardò a terra. Vide le sue scarpe nei più piccoli particolari: i lacci distesi, le asole non regolari, alcune slabbrature lasciavano intravvedere il colore delle calze. L’ombra del laccio destro era leggermente sollevata rispetto alla sinistra.

“Se tutto fosse così chiaro!” domandò all’amico. L’amico lo guadò con occhi tranquilli, senza sbattere le ciglia. Arrivò un uccello, roteò le ali e sussurrò: “Racconta i fatti, i fatti narrano e raccolgono il senso delle cose!” Si voltò, poi riprese il cammino ma l’aria, prima cristallina, appariva ora inquietata da ombre di foglie larghe che stormivano tra la terra e il cielo. A poco a poco il cammino s’incupì. Le ombre cosparsero la terra avanti a lui, le sue scarpe, l’intero orizzonte. Egli comunque procedeva. Il suo passo, comunque sicuro, gli rivelava una resistenza non intenzionale nè cosciente.

Scosse la testa lentamente, da una parte all’altra, per un tempo che gli parve lunghissimo. Finalmente le palpebre si dischiusero ed egli avvicinò il dorso della mano al viso, in un gesto meccanico quotidiano. Non filtrava dalla finestra alcun barlume di luce. Si sedette di colpo sul letto. Cercò la sveglia appoggiata per terra col braccio: le quattro. Si lasciò ricadere nel letto, accoccolandosi sotto le lenzuola.

Poi, inaspettatamente, le sue gambe scivolarono veloci fuori dalle coperte e raggiunsero con sicurezza la cucina. In pochi passi dominò il suo miniappartamento di Via Bezzecca 9, nella prima periferia di Treviso. Se non fosse stato per tutte quelle pareti, pezzi di muro, divisori,sarebbe stato un accogliente monolocale. Invece era spezzato in piccoli angoli soffocati. Decise di procurarsi uno specchio per potersi riprendere come su di uno schermo: una gamba con la scarpa rivolta verso il bagno, il braccio ed il viso protesi verso la camera, l’intero corpo fermo in corridoio. Sarebbe stato buffo. E, chissà, forse era la vera immagine della sua vita. Sorrise a questo pensiero. Gli parve di sentire la voce del caro scrittore e poeta Aldo Piccoli che proclamava:”Troppa enfasi ! Nessuna novità. Queste cose sono state già dette.”

Alle quattro del mattino la figura di Piccoli appariva ancora più mastodontica. L’espressione più colorata con quel ciuffo di capelli sulla fronte alta, gli occhi rotondi scuri attenti dietro gli occhiali neri quadrati ben piantati su orecchie larghe, le guance piene gialle, la pelle del viso soffusa di un lieve arancione gli portarono alla memoria i suoi colori. Avrebbe potuto dipingerlo un giorno o l’altro. Se avesse usato l’arancione avrebbe potuto stendere sulla tela il verdone ed il blu senza paura. Che gioia rimettersi a lavorare!

Girò gli occhi assonnati lungo le pareti della cucina. La luce della lampadina, a tratti fioca a tratti intensa, non gli diede una sensazione piacevole. Anzi, più pensava a ciò più s’inquietava. La sensazione del suo stare lì in piedi diventava insopportabile. Cominciò a non percepirsi più, a sfuggire la densità della massa del suo corpo, a volare via dagli oggetti,a sfuggire i cardini delle articolazioni. Decise di tornare a letto. Il campanone della chiesa di Santa Bona suonò le cinque. Già passata un’ora! Rise, questa volta, della gente che considerava il tempo in termini di produttività e poi la misurava in unità di azioni. Si sentì estromesso da questo processo produttivo, eppure non sprecava nemmeno un minuto del suo preziosissimo tempo. Chiuse gli occhi soddisfatto e si addormentò.

Alle nove si sfregava le mani: due uova lo aspettavano in frigo. Ripassò mentalmente tutti i gesti che avrebbe compiuto per pescare gli altri ingredienti. Allungò per un attimo quella sensazione stirandosi nel letto. Si infilò le ciabatte nell’attimo in cui il telefono squillava. Squillò quattro volte prima che la sua mano si tendesse verso l’apparecchio in un gesto preciso. “Pronto?”

“Vedo che stai bene stamattina!”

“E tu invece?”

“Potrebbe andar meglio. Ho lasciato i miei personaggi dentro il cassetto. Sono pieni di colore, ma ho dimenticato di animarli. Potresti aiutarmi!”

“Volentieri, ma come?”

“Dai …Ti ho visto lavorare l’altro giorno … e sennò a che ti serve il tuo studio?”

“La mia è una ricerca senza fine …” si specchiò nello specchio inesistente che in quel momento aveva sistemato proprio lì, dietro le sue spalle …” e l’obbiettivo mi è oscuro”, concluse, allungando la scarpa verso una macchia più scura del pavimento: l’ombra del cappello che sporgeva dal mobiletto del telefono. “Vediamoci! Le proposte di lavoro mi entusiasmano sempre!”

Si grattò la testa, guardò il cappello, se lo infilò in testa e mentre appoggiava il ricevitore del telefono già spingeva lo sguardo verso il bagno illuminandosi. Quasi prese la rincorsa verso quella porta spalancata, quel tanto di rincorsa che gli era consentita dai soli tre passi che lo distanziavano da essa, ma, al limitare delle piastrelle chiare, si dondolò appeso allo spigolo del muro, in un attimo d’incertezza: “No! Prima le uova!” Accese l’interruttore della musica, andò verso la credenza, estrasse la farina, andò in corsa verso il bagno, appoggiò il cappello sopra la lavatrice, fece una volata in camera, spense la luce, tornò in corridoio, guardò se il libro che aveva aperto la sera prima era fermo alla pagina in cui l’aveva lasciato.

Constatò che non c’era. Tornò in camera, accese la luce, alzò le tapparelle, spense la luce; si avviò verso la cucina, si diresse sicuro verso il frigo, lo aprì, prese le uova. Guardò verso la piastra di registrazione e si accorse in quel momento che la musica non funzionava. Tornò in corridoio a cercare il libro che lo interessava senza trovarlo e mentre tornava pensieroso in cucina passò per lo sportello del pensile del bagno, lo aprì, vi guardò dentro, estrasse dei trucchi, li appoggiò vicino allo specchio. Tornò in cucina e si avviò verso la macchina da scrivere appoggiata per terra. Si fermò accucciato quasi nell’atto di sollevarla, ma pensò: “No! Prima le uova!”.

Tornò sui suoi passi, ruppe le uova, infilò il cucchiaio nella farina e poi nello zucchero, pensò a dove poteva aver messo il sale e s’interruppe ricordando qualcosa. Si diresse verso il mobiletto di fronte e, costatato che la cassetta inserita nella piastra di registrazione era terminata, cercò tra i dischi qualcosa di allegro .Guardò le uova, guardò la confusione della cucina, guardò la macchina da scrivere, guardò i vetri sporchi della finestra …scelse un pezzo di Ciajkovskij. Estrasse il disco, lo pulì attentamente, meccanicamente premette i tasti adatti, meccanicamente ripose la copertina tra i dischi in modo che ne avanzasse il bordo, meccanicamente chiuse gli occhi e si lasciò andare in poltrona. Quando li riaprì si sollevò con slancio inedito. Mescolò gli ingredienti, estrasse velocissimo la pentola, buttò il tutto e coperse con un coperchio a fiamma bassa. Andò verso l’attaccapanni del corridoio. Indossò il cappotto come se fosse la prima volta. Ne costatò la morbidezza al tatto, lo sentì sulle spalle, nei bottoni grandi rotondi, nel bavero appena rialzato. Si voltò di scatto. Si trovava proprio tra il telefono …e lo specchio. Fece qualche passo, socchiuse gli occhi come se il cappotto gli desse fastidio, poi si diresse tranquillamente in cucina e spense il fornello. Prima di cominciare a mangiare andò verso il bagno, si spazzolò i capelli, si guardò allo specchio con le mani in tasca. Appoggiò il cappotto sul letto della camera. Allungò la mano verso un piatto che scelse accuratamente dallo scolapiatti della cucina. Vi mise il sufflè fumante. Ma non si sentì ancora pronto. Guardò la sedia con titubanza. Rimase un attimo assorto. Poi prese il canovaccio appoggiato sullo schienale della sedia, con delicatezza, e lo lanciò in un gesto secco verso la poltrona. Andò verso il giradischi, staccò il disco. Fece spazio intorno al piatto. Raccolse un vasetto di primule appoggiate per terra vicino alla macchina da scrivere, le sistemò vicino al piatto, ma non troppo. Ritornò al giradischi, guardò a lungo la raccolta Jazz, scelse un disco di Wagner. Suonò il campanello. Staccò il disco premendo l’automatico e, ancor prima che la sequenza avesse permesso al disco di fermarsi, si precipitò ad aprire la porta, già sapendo chi poteva avere suonato a quell’ora.

“Posta!” gridò invece una voce dal fondo delle scale.

“Arrivo” rispose mentalmente allo specchio inesistente del corridoio.

Fece in tre balzi la prima scala, nella seconda provò un nuovo passo di danza, alla terza passò in rassegna minuziosamente il muro che seguiva la ringhiera. Quando arrivò in faccia al ragazzo biondo che lo stava aspettando si dimenticò dei passi di danza, dei balzi, dei particolari del muro: vide solo la sua mano, appena per l’attimo che l’aveva estratta dalla tasca e lo guardò incuriosito con nuova attenzione, come se si fosse dimenticato del motivo di quella visita. Se ne era dimenticato. Il ragazzo gli consegnò il pacchetto di buste che aveva con sé ed uscì senza mettere le mani in tasca. Egli rifece il percorso a testa china, a piccoli passi veloci, passandosi il pacchetto da una mano all’altra. Guardò per terra. A metà della seconda scala contò tutti i buchetti che potè, disseminati sugli scalini di marmo fino al pianerottolo, poi stette un attimo appeso alla ringhiera, con gli occhi che precipitavano tra gli interstizi della ringhiera di ferro fino al portone d’ingresso del palazzo. Si chiese quanto tempo avrebbe impiegato una formica a salire fino a lì. Dondolò leggermente il corpo infine risalì la china, l’ultimo pezzo di scala, come se sciabordasse controcorrente. Richiuse la porta dietro di sé. “Siamo noi!”, esclamarono alcune voci sul pianerottolo. Ebbe voglia di non aprire. Impiegò molto tempo prima di arrivare fino alla porta. Parve una marea di teste che lo intrappolava.

“Questione di minuti” si disse. Con incerto sorriso li seguì nell’appartamento accanto e con mossa studiata s’accese una sigaretta.

Seguì un’incupimento d’espressioni fino a che uno sbottò:”Ci invadi la casa di fumo!” Si scusò e dopo aver salutato educatamente ritornò pian pianino in punta di piedi verso la sua porta. Non appena la chiuse dietro di sé si precipitò, sfregandosi le mani, verso il giradischi ed accompagnò le prime note di Wagner con il primo boccone di sufflè.

“Dormi?” bussò una voce maschile dall’altro lato della parete. Era l’usuale quotidiano saluto mattutino. Meccanicamente guardò l’orologio. Sicuramente si stava preparando per uscire e lo stava chiamando dal bagno che confinava con la sua cucina. Chiuse gli occhi e gli parve di vederlo trascinarsi lungo la parete a compiere quel rito quotidiano. Impugnò un cucchiaio di legno e gli rispose. Poi sentì il rumore della porta che si chiudeva, la fuga dei passi nel corridoio… doveva essere in ritardo. S’affacciò alla finestra. Un’automobile proprio in quel momento s’accostava lentamente al cancello della casa di frante. Gli occhi del guidatore si posarono nei suoi per la frazione di un secondo. Si ritirò imbarazzato, poi si riaffacciò incuriosito ma l’automobile era sparita.

“Chi è?”, domandò cautamente da dietro la porta. “Chi è?”, domandò ancora senza ricevere risposta. Sentì un piccolo brivido d’allarme percorrerlo. Si decise ad aprire e sulla porta comparve Piccoli.

“Che ore sono?” domandò con tono più assonnato del necessario.

“Che ti prende? Apri le finestre, orso, e regola la tua vita orientandoti col sole!”

“Ma se fuori piove!”

“Ciò che ti manca è la fantasia. Ecco ciò che ti manca!Ed è per questo che in questo momento sono davanti a te.”

“O.K. Lo sai che per me è sempre un piacere vederti, così bello grasso e colorato, il ritratto della salute! ma ora per favore lascia che mi mangi il mio sufflè”.

“E mangiamoci il nostro sufflè…A proposito dov’è il quadro?”

“Quadro? Tu sai? Ma l’avevo appena pensato… così per ridere, non era nemmeno una cosa seria … ma se ci tieni, boh, si vedrà … Però mi leggi nel pensiero … Sei davvero bravo!”

Bravo entrò di corsa, la lingua penzoloni e s’accucciò sotto il tavolo, sniffando l’aria. La giornata finì a bigliette sul pavimento fino a quando Piccoli non guardò l’orologio dimostrandogli di come non fosse concentrato al gioco.

Gli rispose rintanandosi in camera con un grugno di leggera insoddisfazione. Piccoli mangiò la sua parte di sufflè, imbrogliando di cinque centimetri, scolò quasi mezzo litro di Martini e tolse il disturbo. Egli rimase più di mezz’ora in stato ipnotico, in conflitto tra i mobili di casa e la vista della finestra. Pioveva ancora. Diede un calcio all’ultima biglia che si rintanò dietro la poltrona. Si pentì ed andò a raccoglierla. Alla fine decise di uscire per andare al fiume. Peccato che vicino alla sua casa non scorressero fiumi. Pazienza! Avrebbe continuato a lavorare, a giocare, a divertirsi. Uscì. Passeggiò a lungo in mezzo alle pozzanghere, ai ranocchi, alle signore con le valigie colme di whisky. Tornò verso casa con la sensazione di avere vissuto una giornata intensa. Si chiese cosa avrebbe potuto rispondere ad una persona che gli avesse chiesto:”Cosa hai fatto oggi?” Arrivò Monica da lontano, piuttosto malconcia, lo prese sottobraccio e non gli domandò niente. Al primo semaforo svoltò cambiando direzione. Dopo venti metri lo raggiunse Vera, ma aveva poco tempo a sua disposizione, appena quello di bere un aperitivo insieme. Sostò davanti alla vetrina all’angolo con Piazza Duomo. C’erano molti fiori. Tra i loro colori si perdevano immagini che scorrevano dietro di lui. Un dinamico gioco d’insieme nel quale si trovava tuffato. Dopo Vera arrivò Giusy, con un ombrello coloratissimo ed un fazzoletto indiano intorno al collo. Lo abbracciò sorridendo e gli confidò un suo vecchio sogno: tornare come un tempo a giocare dietro le quinte, senza barare. Una proposta di lavoro seria, come allora.

Le lacrime gli salirono agli occhi.

Come allora.

Guardò la sveglia appoggiata al comodino: le sei. Accese finalmente la luce: gli occhi bene aperti, rivolti verso la parete di fronte, lo sguardo un po’ perso. “Hai bisogno di qualcosa?” chiese la voce di colei che gli dormiva accanto. “No …nulla. Sono solo un po’ inquieto. Sta cambiando il tempo.” Nascose la fronte tra le pieghe delle lenzuola. Ella si alzò. Gli sollevò i cuscini; gli rimise a posto le coperte, gli avvicinò la sedia a rotelle. Stava iniziando una nuova giornata.

“Nuova!” pensò. Sentì uno spiffero d’aria che gli arrivava sul collo. Controllò con gli occhi che la finestra, sotto la quale dormiva, fosse ben chiusa. Tentò di riprendere sonno ma non vi riuscì. Da quando aveva perso l’uso delle gambe notte e giorno s’avvicendavano senza soluzione di continuità. Rimase a fissare l’accappatoio appeso in fondo alla camera, contò le pieghe, si stupì del rigonfiamento delle tasche e decise che quando si sarebbe rialzato sarebbe andato a controllare.

Guardò la sagoma accanto a lui. Spense la luce. La riguardò.

I lineamenti che ben conosceva si distinguevano più per sforzo di memoria che per somma di dettagli. Poi i contorni del viso divennero più nitidi, il profilo più marcato, addirittura le zone buie della faccia acquistarono espressione; una espressione raccapricciante. Accese la luce. La guardò e la riconobbe. Sollevato, la spense nuovamente.

“Inizia una nuova giornata!” pensò tra sé e sé. “Nuova?” sottolineò.

“Hai bisogno di qualcosa, Giuliano?” chiese nuovamente la sua compagna.

Giuliano non rispose, fingendo di dormire.

Emanuela Dal Pozzo

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